Albert Einstein e la teoria della relatività
 
                                                                                               Capitolo I
Le figure di seicento grandi uomini di ogni epoca santi,filosofi e re,sono scolpite sulle pareti di marmo della chiesa di Riverside a New York;si ergono in rigida immobilità,sorvegliando spazio e tempo con fermo sguardo immortale.Un pannello inquadra i geni della scienza - quattordici - collegando attraverso i secoli Ippocrate,morto nel 370 a. C.,ad Albert Einstein,morto nel 1955. 
 

È altrettanto interessante notare come,fra le migliaia di persone che ogni settimana ammirano la più spettacolosa chiesa protestante di Manhattan,probabilmente il 99 per cento sarebbe incapace di spiegare perché l'immagine di Einstein figuri in quel luogo.Vi si trova scolpita perché nella generazione passata,quando si discuteva il progetto della chiesa,Harry Emerson Fosdick scrisse ad un gruppo di eminenti scienziati americani domandando che gli fornissero un elenco di quattordici grandissimi uomini nella storia della scienza.Il suffragio non fu unanime;la maggior parte degli elenchi segnalava Archimede,Euclide,Galileo,Newton.Ma tutti portavano scritto il nome di Albert Einstein.Il lungo intervallo durato piu di quaranta anni - da quando fu pubblicata la teoria della relatività ristretta nel 1905 - fra la celebrità raggiunta da Einstein e la comprensione di essa da parte del pubblico,misura la lacuna nella cultura delle genti.Al giorno d'oggi la maggior parte di coloro che leggono i giornali sanno in modo molto vago che Einstein ha qualche relazione con la bomba atomica;al di là di questo,il suo nome è sinonimo di alcunché di astruso.Non c'è da meravigliarsi quindi se molti ancora immaginano Einstein come una specie di matematico surrealista,piuttosto che come lo scopritore di leggi cosmiche di grandissima importanza nella faticosa lotta dell'uomo per arrivare a comprendere la realtà fisica.Essi non sanno che la relatività, ben al di sopra del suo significato scientifico,comprende un grande sistema filosofico il quale continua ed illumina il pensiero dei grandi epistemologisti:Locke,Berkeley e Hume.Conseguentemente essi hanno una ben scarsa conoscenza del vasto,arcano e cosi misteriosamente armonioso universo in cui vivono.   

Albert Einstein,negli ultimi anni lavorò indefessamente intorno ad un problema che lo tormentava da molto tempo.

È questa la «teoria del campo unificato» che espone,con una serie di equazioni fra loro collegate,le leggi fisiche governanti le due forze fondamentali dell'universo:gravitazione ed elettromagnetismo.Il significato di questa teoria può essere apprezzato solo quando si pensi che virtualmente tutti i fenomeni della natura sono conseguenza di queste due forze primordiali.Fino a cento anni fa elettricità e magnetismo - se pure studiati dal tempo dell'antica Grecia - erano considerati come due fenomeni distinti.Ma gli esperimenti di Oersted e Faraday,nel XIX secolo,dimostrarono che una corrente elettrica è sempre accompagnata da un campo magnetico e,reciprocamente,che in certe condizioni forze magnetiche hanno la possibilità di indurre correnti elettriche.Questi esperimenti portarono alla scoperta del campo elettromagnetico, attraverso il quale le onde luminose,le onde-radio,e tutte le altre perturbazioni elettromagnetiche sono propagate nello spazio.Perciò elettricità e magnetismo debbono essere considerati come una sola forza.Eccezione fatta per la gravitazione,quasi tutte le altre forze presenti nell'universo,forze di attrito,forze chimiche per mezzo delle quali gli atomi possono unirsi in molecole,forze coesive che legano particelle di materia di maggiori dimensioni,forze elastiche che permettono ai corpi di mantenere la loro forma,sono di origine elettromagnetica;esse infatti implicano l'esistenza della materia,la quale è composta di atomi che a loro volta sono composti di particelle elettriche;perciò le affinità fra i fenomeni gravitazionali ed elettromagnetici sono molto notevoli.I pianeti si muovono nel campo gravitazionale del sole;gli elettroni girano vorticosamente nel campo elettromagnetico del nucleo atomico.Oltre a ciò la terra è un grande magnete:un fatto ben noto a tutti coloro che usano la bussola;anche il sole e le stelle possiedono un campo magnetico. 
   Tutti i tentativi compiuti per identificare l'attrazione gravitazionale come un effetto elettromagnetico,sono falliti.Einstein stesso pensò di esservi riuscito nel 1929 e pubblicò allora una teoria del campo unificato,che in seguito da lui stesso fu trovata inadeguata allo scopo.La sua nuova teoria,completata alla fine del 1949,è molto piu ambiziosa;infatti essa promulga una serie di leggi universali  destinate a comprendere non solo gli sconfinati campi gravitazionali ed elettromagnetici degli spazi interstellari,ma anche il minuscolo e potente campo  nell'interno dell'atomo.È difficile dire se il grande  obiettivo della teoria del campo unificato sarà del  tutto raggiunto;solo anni di lavoro matematico e  sperimentale potranno dirlo.Ma quando il vasto quadro cosmico sarà interamente rivelato,l'abisso fra macrocosmo e microcosmo,cioè fra il grandissimo  ed il piccolissimo,sarà colmato,e l'intera costruzione dell'universo si ridurrà ad una struttura omogenea nella quale materia ed energia si confondono,e tutte le forme di moto,dalla lenta rotazione delle  galassie alle disordinate fughe di elettroni,diventano semplici trasformazioni della struttura e concentrazione del campo primordiale. 
   Poiché lo scopo della scienza è di descrivere e spiegare il mondo in cui viviamo,Einstein nel definire la molteplicità della natura entro i termini di una singola armoniosa teoria,avrebbe raggiunto la sua meta più elevata.Il significato della parola « spiegare »,però, subisce una restrizione per ogni passo dell'uomo alla ricerca della verità.Invero la scienza non può ancora « spiegare » che cosa siano l'elettricità,il magnetismo e la gravità;i loro effetti possono esser misurati e predetti,ma,per quanto riguarda la loro natura fondamentale,lo scienziato moderno nulla sa più di quanto era noto a Talete di Mileto,il quale per primo speculò sulle proprietà elettriche dell'ambra,circa nel 585 a. C.Molti fisici contemporanei escludono che l'uomo possa arrivare un giorno a scoprire la vera essenza di queste forze misteriose. « L'elettricità » dice Bertrand Russell,  « non è una cosa come la cattedrale di S. Paolo;è il modo in cui si comportano i corpi.Quando noi abbiamo detto come i corpi si comportano quando sono elettrificati,e per quali circostanze essi sono elettrificati,non ci resta altro da dire ».Fino a poco tempo fa gli scienziati avrebbero riso di una simile tesi.Aristotele,la cui scienza naturale ha dominato il pensiero dell'Occidente per duemila anni,era convinto che l'uomo potesse giungere a comprendere una realtà finale,ragionando sui « principi di per se stessi evidenti ».Per esempio:è un principio evidente che tutto l'universo ha il suo posto ben definito,da ciò si deduce che gli oggetti cadono al suolo perché ad esso appartengono;il fumo sale verso l'alto perché là è la sua sede.La scienza di Aristotele aveva lo scopo di spiegare « perché » avvengono i fatti.La scienza moderna è nata quando Galileo cercò di investigare « come » avvengono,dando cosi origine al « metodo sperimentale »,il quale oggi costituisce la base della ricerca scientifica. 
   Dalle scoperte di Galileo e da quelle di Newton,si è sviluppato nella generazione seguente un universo meccanico costituito da forze, pressioni,tensioni,oscillazioni ed onde.Sembrò che non esistesse alcun procedimento naturale il quale non potesse essere descritto in termini di comuni esperienze,illustrate da un modello concreto o addirittura predetto dalle straordinariamente precise leggi della meccanica enunciate da Newton.Ma prima della fine del secolo passato si presentarono con evidenza alcune deviazioni da queste leggi;e benché tali deviazioni fossero molto piccole,tuttavia esse erano di natura tanto fondamentale,che l'intero edificio dell'universo meccanico newtoniano cominciò a tentennare.La sicurezza che la scienza possa spiegare « come » avvengono i fatti,cominciò a vacillare circa venti anni or sono.Al momento presente ci dobbiamo domandare se lo scienziato sia in qualche modo in vero contatto con la « realtà » e possa sperare che ciò avvenga in futuro. 
 
                                                                                         
CAPITOLO II

I fattori che primi condussero i fisici a non aver fiducia in un universo meccanico funzionante tranquillo e senza scosse,apparvero negli interni ed esterni orizzonti della conoscenza,nell'invisibile regno dell'atomo e nelle profondità degli spazi intergalattici.Per descrivere questi fenomeni quantitativamente,due grandi sistemi teorici furono sviluppati fra il 1900 e il 1927: la teoria dei « quanti »,che tratta delle unità fondamentali della materia e dell'energia,e la teoria della « relatività »,che tratta come un tutto lo spazio,il tempo e la struttura dell'universo. 
Ambedue sono ora considerate come le colonne del pensiero fisico moderno.Ambedue descrivono fenomeni nei rispettivi campi in termini di coerenti relazioni matematiche.Esse non rispondono al newtoniano « come » niente più di quanto le leggi di Newton rispondessero all'aristotelico « perché ».Esse,per esempio,forniscono equazioni,le quali con grande precisione definiscono le leggi che governano la radiazione e propagazione della luce.Ma il vero meccanismo per cui l'atomo irradia luce e per il. quale la luce è propagata attraverso lo spazio, rimane sempre uno dei piu grandi misteri della natura.Allo stesso modo le leggi che governano il fenomeno della radioattività permettono agli scienziati  di predire che in una certa quantità di uranio un  dato numero di atomi si disintegra in un dato tempo.Ma proprio quali atomi si disintegrino e come  essi siano scelti per essere distrutti,questi sono problemi ai quali per il momento non si sa dare una  risposta . 
Nell'accettare una descrizione matematica della  natura,i fisici sono stati obbligati ad abbandonare il  mondo comune dell'esperienza,il mondo della percezione dei sensi.Per comprendere il significato di  questo abbandono,è necessario oltrepassare la fragile frontiera che divide la fisica dalla metafisica.Quesiti comprendenti le relazioni fra l'osservatore  e la realtà,fra soggetto ed oggetto,hanno assillato  i filosofi fino dall'alba della ragione. ventitre secoli  fa il filosofo greco Democrito scriveva: « Dolce ed  amaro,freddo e caldo,come pure tutti i colori,tutte  queste cose esistono solo come opinione e non nella  realtà;ciò che veramente esiste sono i corpuscoli  immutabili,gli atomi,e i loro moti nello spazio vuoto.Anche Galileo era conscio del carattere puramente soggettivo delle qualità del senso come colore, gusto, odore e suono e notava che esse non possono essere ascritte agli oggetti esterni più di quanto non lo sia il solletico o il dolore prodotto toccando tali oggetti. 
Il filosofo inglese John Locke cercò di penetrare nella « vera essenza della sostanza » separando quelle che egli chiamava le qualità primarie della materia da quelle secondarie.In tal modo egli considerava forma,moto,solidità e tutte le proprietà geometriche,come qualità reali o primarie,inerenti all'oggetto stesso,mentre le qualità secondarie,come colori,suoni,gusti,sarebbero semplici proiezioni sugli organi del senso. L'artificiosità di questa distinzione apparve evidente ai pensatori più moderni. 

   "Io sono capace di provare" scriveva il grande matematico tedesco Leibniz "che non solo la luce,il colore,e cose simili,ma anche il moto,la forma,e lo spazio non sono altro che qualità apparenti".Come il nostro senso visivo,per esempio,ci dice che una palla da golf è bianca,cosi la visione aiutata dal nostro senso del tatto ci dice che essa è inoltre rotonda,liscia e piccola,qualità che,indipendentemente dai nostri sensi,non hanno più realtà di quella da noi definita, per convenzione,come bianca. 
  In tal modo i filosofi e gli scienziati giunsero gradatamente ad una sorprendente conclusione:poiché ogni oggetto non è che la somma delle sue qualità,e poiché le qualità esistono solo nella mente,l'intero universo obiettivo,costituito da materia e da energia,da atomi e da stelle,esiste solo come una costruzione della coscienza,un edificio di simboli convenzionali a cui i sensi dell'uomo hanno dato forma.

  Come afferma Berkeley,nemico acerrimo del materialismo:"Tutto il coro celeste e l'insieme degli oggetti terrestri,in una parola tutti quei corpi formanti la poderosa costruzione del mondo,non hanno alcuna sostanza senza la mente...Fino a tanto che essi non siano da me percepiti e non esistano nella mia mente o in quella di ogni altra creatura,essi o non debbono avere alcuna esistenza oppure sussistono solo nella mente di qualche spirito eterno".Einstein ha condotto questo ragionamento logico fino ai limiti estremi dimostrando che anche spazio e tempo sono forme di intuizione,le quali non possono essere staccate dalla coscienza piu di quanto lo possano i nostri concetti del colore,della forma e delle dimensioni.Lo spazio non ha una realtà obiettiva,salvo che come ordinamento o disposizione degli oggetti che noi distinguiamo in esso,e il tempo non ha un'esistenza indipendente se non per la successione degli avvenimenti con cui lo misuriamo.

Queste sottigliezze filosofiche esercitano una profonda influenza sulla scienza moderna.Perché con la riduzione di tutte le realtà obiettive ad un mondo labile,fatto di sole percezioni,gli scienziati si rendono conto dell'allarmante limitazione dei sensi dell'uomo.Chiunque abbia diretto un prisma di vetro verso un raggio di sole e visto i colori dell'arcobaleno,cioè dello spettro solare,rifratti su di uno schermo,ha osservato l'intera estensione della luce visibile.Perché l'occhio umano è sensibile solo alla stretta banda di radiazioni che si trova fra il violetto ed il rosso.Una differenza di pochi centomilionesimi di centimetro nella lunghezza d'onda crea per l'occhio umano la differenza fra visibilità e invisibilità.La lunghezza d'onda della luce violetta è di 0,00004 cm.,e quella della luce rossa di 0,00007 cm. 

Ma il sole emette anche altre specie di radiazioni.I raggi infrarossi,per esempio,i quali hanno una lunghezza d'onda che partendo da 0,00008 cm. arriva a 0,032 cm.,sono un po' troppo lunghi per eccitare la retina fino a dare una sensazione luminosa,sebbene la pelle risenta il loro effetto sotto la forma di calore.In modo simile i raggi ultravioletti con una lunghezza d'onda che va da 0,000001 cm. a 0,00003 cm. sono troppo corti perché l'occhio possa percepirli,ma possono impressionare le lastre fotografiche.Fotografie si possono anche eseguire con la « luce » dei raggi che hanno una lunghezza d'onda ancora piu breve di quella delle radiazioni ultraviolette.Esistono ancora altre onde elettromagnetiche di minore o maggiore frequenza:i raggi gamma del radium,le onde-radio,i raggi cosmici.Esse possono esser captate in vari modi e differiscono dalla luce solo nella lunghezza d'onda.È evidente,perciò,che I'occhio umano è incapace di scoprire la maggior parte delle « luci » nel mondo,e quanto I'uomo può comprendere della realtà esistente attorno a lui è deformato e indebolito dalle limitazioni del suo organo visivo. Il mondo gli apparirebbe molto diverso se i suoi occhi fossero sensibili,per esempio,ai raggi X.

Lo spettro elettromagnetico mostra la stretta banda di radiazione visibile dall'occhio umano.Secondo i fisici la sola differenza fra le onde-radio,la luce visibile e le specie di radiazioni ad alta frequenza come i ragpi X e i raggi gamma, consiste nella variazione della loro lunghezza d'onda.Ma al di fuori di questa vasta scala di radiazioni elettromagnetiche,la quale si estende dai raggi cosmici,con lunghezze d'onda di solo un trilionesimo di centimetro, sino alle radio-onde infinitamente lunghe,l'occhio umano percepisce solo la stretta banda segnata:in bianco nella figura.Le percezioni che l'uomo può avere dell'universo sono cosi ridotte dalle limitazioni del suo senso visivo.Le lunghezze d'onda sono indicate sulla figura con potenze di dieci,cioè 10-3 cm. significa 10x10x10 = 1.000; e 10-3 significa 1/10x1/10x 1/10 = 1/1.000.

Avendo constatato che la nostra conoscenza dell'universo è semplicemente un residuo di impressioni oscurato dalla imperfezione dei nostri sensi,ci rendiamo conto di quanto sia senza speranza la ricerca della realtà.Se nulla esiste, salvo quanto si può percepire,il mondo dovrebbe necessariamente dissolversi in un'anarchia di percezioni individuali. Ma un ordine strano regola le nostre percezioni,come se veramente vi fosse un substrato di realtà obiettiva che i nostri sensi possono mettere insieme.Anche se nessuno di noi può sapere se la sua sensazione del colore rosso o di un dato tono sia la stessa di quella di un'altra persona,possiamo però agire presumendo che ognuno veda i colori e oda i suoni più o meno allo stesso modo.

Berkeley,Cartesio e Spinoza hanno attribuito a Dio questa armonia funzionale della natura.I fisici moderni,i quali preferiscono risolvere i loro problemi senza ricorrere a Dio - sebbene ciò appaia sempre più difficile opinano che la natura agisca misteriosamente sulla base di principi matematici.È la ortodossia matematica dell'universo che rende possibile ai teorici come Einstein di predire e di scoprire leggi naturali semplicemente risolvendo sistemi di equazioni.Ma il paradosso della fisica oggi sta in ciò:che,malgrado tutti i progressi fatti nelle scienze matematiche, l'abisso fra l'uomo osservatore e il mondo obiettivo della descrizione scientifica si fa sempre piu profondo.

Non è forse senza ragione che in termini di grandezza l'uomo stia proprio in mezzo fra il macrocosmo e il microcosmo.In parole povere ciò significa che una stella rossa supergigante,cioè il maggior oggetto naturale che si conosca nell'universo,è tanto più grande dell'uomo quanto l'elettrone (la piu piccola delle entità fisiche) è piu piccolo. Non ci dobbiamo quindi meravigliare se i primordiali misteri della natura risiedano nei regni lontanissimi dall'uomo, prigioniero dei suoi sensi limitati e neppure che la scienza,incapace di descrivere l'essenza della realtà con le semplici metafore della fisica classica,possa esser soddisfatta solo da ciò che può essere rivelato dalle concezioni matematiche.

                                                                   Capitolo III

La scienza si spostò per la prima volta dal campo della spiegazione meccanica verso quello dell'astrazione matematica nel 1900,quando Max Planck espose la sua teoria dei « quanti » per cercar di spiegare alcuni problemi suscitati dallo studio della radiazione.È ben noto come i corpi riscaldati,diventando incandescenti,emettano un rosso bagliore il quale volge poi all'arancione,al giallo e per ultimo alla luce bianca,man mano che aumenta la temperatura. Incessanti sforzi furono fatti nel secolo scorso allo scopo di formulare una legge la quale potesse stabilire come l'ammontare delle radiazioni emesse da talicorpi riscaldati variasse secondo la lunghezza d'onda e la temperatura. Tutti i tentativi fallirono fino a quando Planck trovò,con metodi matematici,una equazione che corrispondeva ai risultati della esperienza.La caratteristica straordinaria della sua equazione era quella di esser basata sull'ipotesi che l'energia radiante viene emessa non con un flusso continuo,ma per mezzo di particelle discontinue da lui chiamate « quanti ».

Planck non aveva alcuna prova per tale ipotesi,perché nessuno allora era a conoscenza del vero processo meccanico della radiazione,né lo è ora.Ma su basi puramente teoriche egli concluse che ogni « quanto » emette una quantità di energia data dall'equazione E=hv, dove v indica la frequenza della radiazione ed h è la cosi detta costante di Planck, un piccolissimo numero (circa 0,000000000000000000000000006624),il quale,come è stato provato in seguito, rappresenta una delle costanti fondamentali della natura.In ogni processo di radiazione l'ammontare dell'energia emessa,divisa per la frequenza,è sempre uguale ad h.Sebbene la costante di Planck abbia dominato i calcoli dei fisici atomici già da un mezzo secolo,la sua grandezza non può essere spiegata,come non lo è la grandezza della velocità della luce.Come per altre costanti universali è un semplice fatto matematico per il quale non esiste spiegazione.Sir Arthur Eddington osservava che ogni vera legge di natura può sembrare irrazionale all'uomo razionale,perciò il principio dei « quanti » di Planck,egli pensava,è una fra le poche leggi naturali rivelate dalla scienza.

Il vasto campo aperto dalla teoria di Planck non emerse nella sua piena luce che nel 1905,quando Einstein,forse unico fra i fisici moderni,ne apprezzò il pieno significato,trasportando la teoria dei « quanti » in un nuovo dominio. Planck credeva di aver messo insieme alla meglio le equazioni della radiazione.Einstein formulò l'idea che tutte le forme di energia radiante - luce,calore,raggi X si trasmettessero attraverso lo spazio in «quanti» separati e discontinui.Cosi,per esempio,la sensazione di calore che noi proviamo davanti al caminetto acceso è il risultato di un bombardamento sulla la nostra pelle di innumerevoli « quanti » di energia radiante.Similmente sensazioni di colore provengono dal bombardamento di « quanti » luminosi sui nostri nervi ottici i quali differiscono l'uno dall'altro esattamente di quanto varia la frequenza nell'equazione E=hv.

Einstein completò quest'idea,enunciando una legge,la quale definisce con precisione un misterioso fenomeno conosciuto col nome di « effetto fotoelettrico ».I fisici non potevano spiegare il fatto sperimentale che una lastra di metallo,colpita da un raggio di pura luce violetta,emettesse uno sciame di elettroni.Se luce di piu bassa frequenza, per esempio gialla o rossa,cade sulla lastra,gli elettroni vengono ancora emessi,ma a velocità ridotte.La forza con la quale gli elettroni sono strappati dal metallo dipende quindi unicamente dal colore della luce e non dalla sua intensità.Se la sorgente di luce
 

L'effetto fotoelettrico è stato spiegato da Einstein nel 1905.Quando la luce cade su di una lastra di metallo, questa emette uno sciame di elettroni.Questo fenomeno non può essere spiegato dalla classica teoria ondulatoria della luce.Einstein ha fatto l'ipotesi che la luce non sia un continuo flusso di energia ma debba essere composta di particelle individuali o pacchetti di energia che egli ha chiamato fotoni.Quando un fotone urta un elettrone,l'azione che ne risulta è analoga all'urto di palle da biliardo,come si vede nello schema semplificato della figura.

viene allontanata considerevolmente ed indebolita,gli elettroni vengono emessi in numero minore,mentre non diminuisce la loro velocità.L'azione è istantanea anche quando la luce diventa impercettibile.

 Einstein concluse che questi strani effetti potevano essere spiegati solo supponendo che tutta la luce fosse composta di particelle individuali o grani di energia da lui chiamati « fotoni »;e quando uno di essi colpisce un elettrone il risultato è paragonabile all'urto di due palle da biliardo.Inoltre egli doveva ammettere che i fotoni di radiazione violetta od ultravioletta o di altre forme di alta frequenza sono dotati di maggior energia che non i fotoni infrarossi o rossi,e che la velocità con la quale ogni elettrone sfugge dalla lastra di metallo è proporzionale al contenuto di energia del fotone che lo colpisce.Egli enunciò questi principi in una serie di storiche equazioni le quali gli procurarono il premio Nobel,ed in seguito ebbero grande influenza sulla fisica dei « quanti » e sulla spettroscopia. La televisione e le altre applicazioni della cellula fotoelettrica devono la loro esistenza alla « legge fotoelettrica » di Einstein.

Conquistato cosi un tale nuovo ed importante principio fisico,Einstein scopri allo stesso tempo uno dei più profondi ed inquietanti enigmi della natura.Non esistono più dubbi sul fatto che tutta la materia è formata di atomi,i quali a loro volta sono composti di ancor più minuscoli corpuscoli chiamati elettroni,neutroni e protoni.Ma il concetto di Einstein,secondo cui anche la luce può esser costituita da corpuscoli discontinui,contrastava con una teoria molto venerabile:che,cioè,la luce sia fatta di onde.

Vi sono certamente alcuni fenomeni concernenti la luce che possono venire spiegati solo dalla teoria ondulatoria.Per esempio le ombre degli oggetti comuni:edifici,alberi,pali telegrafici ecc.appaiono ben definite,ma quando un filo sottilissimo od un capello è interposto fra una sorgente di luce ed uno schermo non dà affatto un'ombra definita, suggerendo che i raggi luminosi si piegano davanti all'ostacolo proprio come le onde del mare attorno ad una piccola roccia.Similmente un raggio di luce che attraversa un'apertura rotonda,proietta un disco ben definito sullo schermo; ma se l'apertura è ridotta alla dimensione di uno spillo,il disco si frange in tanti anelli concentrici alternativamente chiari ed oscuri,simili a quelli di un comune bersaglio.Questo fenomeno,conosciuto col nome di « diffrazione »,si può paragonare al comportamento delle onde dell'oceano che si piegano e divergono passando attraverso la stretta apertura di un porto.Se invece del foro di uno spillo si usano due fori simili,uno accanto all'altro,la figura di diffrazione assume l'aspetto di una serie di strisce parallele.Come due sistemi d'onda che si incontrano in uno specchio d'acqua si rinforzano a vicenda quando il colmo dell'onda coincide con il colmo dell'altra e si annullano a vicenda quando il colmo di un'onda incontra la parte più bassa di un'altra, cosi nel caso dei fori adiacenti le strisce luminose si formano quando due onde luminose si rinforzano a vicenda e le strisce oscure dove due onde interferiscono.Questi fenomeni - diffrazione ed interferenza - sono veramente caratteristici delle onde e non si presenterebbero se la luce fosse composta di corpuscoli individuali.

 

Due secoli e più di esperienze e di teoria sostengono che la luce « deve » consistere di onde.Ma d'altra parte la legge fotoelettrica di Einstein afferma che la luce « deve » essere formata da fotoni.Questo fondamentale quesito - onde luminose o corpuscoli - non è ancora risolto. Il duplice carattere della luce è,in ogni modo,solo un aspetto di un più profondo e più importante dualismo che si trova dominante nei fenomeni naturali.

Il primo accenno a questo strano dualismo si ebbe nel 1925,quando un giovane fisico francese,Louis de Broglie,per primo lanciò l'idea che i fenomeni i quali si svolgono fra materia e radiazione possano esser meglio compresi considerando gli elettroni non come corpuscoli individuali,ma piuttosto come un sistema di onde.Questo audace concetto sfidava due decadi di ricerche sui « quanti »,durante i quali i fisici avevano accumulato idee alquanto specifiche sulle particelle elementari della materia.L'atomo era rappresentato come una specie di sistema solare in miniatura composto di un nucleo centrale circondato da un numero variabile di elettroni(1 per l'idrogeno,92 per l'uranio)ruotanti in orbite ellittiche o circolari attorno allo stesso nucleo.L'elettrone era meno appariscente.Le esperienze dimostrarono come tutti gli elettroni abbiano esattamente la stessa massa e la stessa carica elettrica, perciò era naturale considerarli come gli ultimi costituenti fondamentali dell'universo.Sembrava anche logico,a prima vista,rappresentarli semplicemente come solide sfere elastiche.Ma,poco per volta,man mano che l'investigazione progrediva,essi si presentavano più capricciosi eludendo l'osservazione e la misura.Sotto molti aspetti il loro comportamento appariva troppo complesso per una particella elementare della materia.« La sfera solida », affermava il fisico ed astronomo inglese Sir James Jeans,« ha sempre una posizione ben definita nello spazio; mentre l'elettrone,apparentemente,non l'ha.Una sfera solida occupa un certo spazio;parlando di un elettrone non ha probabilmente alcun significato discutere quanto spazio esso occupi,come non ha significato discutere quanto spazio occupi la paura,l'angoscia o l'incertezza ».

De Broglie aveva appena lanciato la sua ipotesi sulle onde della materia,quando un fisico viennese,Schrödinger, enunciò la stessa idea in forma matematica coerente,sviluppando un sistema che spiegava il fenomeno dei « quanti »,con l'attribuire funzioni ondulatorie specifiche ai protoni ed agli elettroni.Questo sistema,conosciuto col nome di « meccanica ondulatoria »,veniva confermato nel 1927 quando due scienziati americani,Davisson e Germer,provarono sperimentalmente che gli elettroni presentano veramente caratteristici fenomeni ondulatori.Essi diressero un fascio di elettroni su di un cristallo di metalli ottenendo figure di diffrazione analoghe a quelle prodotte dalla luce che passa attraverso ad un foro di spillo.
Un cristallo,a causa dell'ordinamento preciso degli atomi che lo compongono e la vicinanza degli spazi interposti,serve come un reticolo di diffrazione per cortissime lunghezze d'onda,come per es. quelle dei raggi X.
Le loro misure provarono anche come la lunghezza d'onda di un elettrone è dell'esatta grandezza predetta dall'equazione di de Broglie y=h/mv dove v è la velocità dell'elettrone,m la sua massa e h la costante di Planck. Emersero ancora altre sorprese.Esperimenti successivi dimostrarono che non solamente gli elettroni ma interi atomi ed anche molecole producono figure di diffrazione,quando colpiscono la superficie di un cristallo,e di più che le loro lunghezze d'onda sono esattamente quelle predette da de Broglie e Schrodinger.E cosi tutte le fondamentali unità della materia,ciò che J. Clerk Maxwell chiamava « le indistruttibili pietre fondamentali dell'universo »,gradualmente si spogliano della loro sostanza.L'ormai sorpassato tipo di elettrone sferico viene trasformato in una carica ondulatoria di energia elettrica,l'atomo in un sistema di onde che si sovrappongono.Si potrebbe concludere che tutta la materia è composta di onde,e che noi viviamo in un mondo di onde.

Il paradosso presentato dalle onde di materia da una parte e le particelle di luce dall'altra fu risolto per diverse vie nel decennio precedente la seconda guerra mondiale.I fisici tedeschi Heisenberg e Born,hanno aggirato la difficoltà sviluppando una nuova teoria matematica la quale permette un'accurata descrizione del fenomeno dei « quanti », come si vuole,sia in termini di particelle sia di onde.L'idea sulla quale si basa il loro sistema,ha influenzato profondamente la filosofia della scienza.Essi affermano che è inutile per un fisico preoccuparsi delle proprietà di un singolo elettrone;nel laboratorio questi lavora con fasci o sciami di elettroni,ciascuno dei quali contiene miliardi di particelle individuali (od onde);perciò il fisico deve considerare solo il comportamento della massa,secondo le leggi della statistica,della probabilità e del caso.In tal modo non fa praticamente alcuna differenza,sia che gli elettroni singoli siano particelle,sia invece che essi siano sistemi di onde;nell'insieme essi possono esser rappresentati in ambedue i modi.Per esempio se due fisici si trovano sulla spiaggia del mare uno di essi può analizzare un'onda ragionando cosi:le sue caratteristiche e la sua intensità sono chiaramente individuate dalla posizione della sua cresta e del suo avvallamento;mentre il secondo può osservare a sua volta e con la stessa precisione:la parte che voi chiamate cresta ha un significato soltanto perché contiene più molecole d'acqua della parte dove l'onda è più bassa.In modo analogo Born adottò l'espressione matematica usata da Schrodinger nelle sue equazioni per designare la funzione d'onda interpretandola come una « probabilità » nel senso statistico.In altre parole egli considerò l'intensità di ogni sezione dell'onda come la misura della probabile distribuzione dl particelle in quel punto.Perciò egli discusse i fenomeni di diffrazione,i quali fino allora potevano essere spiegati solo con la teoria ondulatoria,in termini della « probabilità » di certi corpuscoli - « quanti » di luce o elettroni che seguono vie stabilite ed arrivano in punti determinati.Cosi le onde materiali sono ridotte a « onde di probabilità ».Il modo di rappresentarci un elettrone,o un atomo od un'onda di probabilità,non ha più alcuna importanza.Le equazioni di Heisenberg e Born vanno bene in ogni caso.Noi possiamo dunque,se ci piace,immaginarci viventi in un universo di onde,od in un universo di particelle, o, come diceva uno spiritoso scienziato,in un universo di « ondicelle ».

                                                                   Capitolo IV

Mentre la fisica quantistica definisce con grande accuratezza le relazioni matematiche che governano le unità fondamentali della radiazione e della materia, d'altra parte essa oscura la vera natura di ambedue.Molti tra i fisici moderni,però,considerano piuttosto ingenuo lo speculare sulla vera natura di qualsiasi cosa.Essi sono «positivisti», oppure «empiristi logici»,i quali stimano che uno scienziato non può far nulla di più che render conto delle sue osservazioni.E cosi se eseguisce due esperimenti con strumenti diversi di cui uno gli sembra rivelare che la luce è costituita di particelle e l'altro che la luce è composta di onde,egli deve accettare ambedue i risultati, considerandoli non contraddittori ma complementari.Preso isolatamente,nessuno dei due è sufficiente a spiegare il fenomeno,ma insieme si.Ambedue sono necessari per descrivere la realtà ed è inutile domandare quale sia quella vera.Perché nel campo astratto della fisica quantistica non esiste la parola «realtà». 

È futile,inoltre,sperare nell'invenzione di strumenti più delicati i quali permettano all'uomo di penetrare più addentro nel microcosmo.Esiste una indeterminazione in tutti gli avvenimenti dell'universo atomico,che nessun perfezionamento delle misure e delle osservazioni potrà mai superare.Il comportamento capriccioso dell'atomo non può essere attribuito all'inadeguatezza degli strumenti di cui l'uomo si serve per studiarlo.L'ostacolo risiede nella vera natura delle cose,come fu dimostrato da Heisenberg nel 1927 con la sua famosa enunciazione della legge fisica conosciuta come il « principio di indeterminazione ».Per illustrare questa tesi Heisenberg si figurò un esperimento immaginario nel quale un fisico tenta di osservare la posizione e velocità (') di un elettrone in moto, impiegando un potentissimo supermicroscopio.Ora,come già si è accennato,un singolo elettrone sembra che non abbia né posizione,né velocità definite.Il fisico può stabilire accuratamente il comportamento di un elettrone solo trattando con un gran numero di essi.Quando,invece,cerca di localizzare un particolare elettrone nello spazio,egli potrà dire solamente che un certo punto nell'insieme dei moti ondulatori del gruppo di elettroni rappresenta la « probabile » posizione dell'elettrone in questione.Il singolo elettrone è un oggetto confuso,indeterminato,come il vento o l'onda sonora nella notte,e quanto minore è il numero degli elettroni con cui il fisico ha a che fare, altrettanto più indeterminate risultano le sue scoperte.A provare che questa indeterminazione è un sintomo non della immatura scienza umana,ma di una insormontabile barriera della natura,Heisenberg ha supposto che un immaginario microscopio,adoperato da un altrettanto immaginario fisico,possa avere un ingrandimento fino a cento miliardi di diametri,cioè tanto da portare un oggetto,che abbia le dimensioni di un elettrone;entro il campo della visibilità umana.Ma qui si presenta un'altra difficoltà.Essendo l'elettrone più piccolo dell'onda luminosa il fisico può « illuminare » il suo soggetto soltanto impiegando radiazioni di lunghezza di onda più corta;anche i raggi X non possono servire.L'elettrone può esser visibile solo con i raggi gamma ad alta frequenza del radio.Ma l'effetto fotoelettrico,si ricorderà,ha dimostrato che i fotoni di luce ordinaria esercitano una forza violenta sugli elettroni,ed i raggi X li colpiscono in modo ancora più violento.Quindi l'urto di raggi gamma ancor più potenti risulterebbe disastroso.

Il principio di indeterminazione afferma quindi che è assolutamente e per sempre impossibile determinare allo stesso tempo la posizione e la velocità di un elettrone,stabilire sicuramente che un elettrone è «proprio là in quel certo luogo» e si muove a «tale o talaltra velocità».Perchè,nello stesso momento in cui si osserva la sua posizione, la sua velocità è già cambiata,ed inversamente,con quanta maggior precisione viene determinata la sua velocità, tanto più indefinita diventa la sua posizione.E quando il fisico calcola il limite matematico di incertezza nelle misure della posizione e velocità di un elettrone,egli trova che è sempre una funzione di quella misteriosa quantità: la costante h di Planck. 

La fisica quantistica ha cosi demolito due colonne della vecchia scienza:causalità e determinismo.Perché trattando in termini di statistica e di probabilità si abbandona ogni idea che la natura proceda con una inflessibile sequenza di cause ed effetti.Ammettendo tali margini di incertezza si preclude l'antica speranza che la scienza,dato lo stato presente e la velocità di ogni corpo materiale nell'universo,possa prevedere tutta la storia dell'universo.Un corollario di questa rinunzia è un nuovo argomento per l'esistenza del libero arbitrio.Se è vero che gli eventi fisici sono indeterminati e quindi il futuro non si può predire,allora forse la misteriosa entità che diciamo « mente » può ancora guidare il destino umano fra le infinite incertezze di un capriccioso universo.Ma questo concetto invade una zona del pensiero con la quale il fisico nulla ha a che fare.Un'altra conclusione di grande importanza scientifica consiste nell'evoluzione della fisica quantistica.La barriera fra l'uomo,il quale scruta timidamente attraverso le limitate capacità dei suoi sensi,e qualsiasi realtà obiettiva che possa esistere,è diventata quasi insormontabile.Infatti ogni volta che egli tenta di penetrare e scrutare nel « reale » mondo obiettivo,cambia ed altera il meccanismo di esso per il solo fatto di doverlo osservare.E quando tenta di separare questo mondo « reale » dalle percezioni dei suoi sensi,non gli rimane che uno schema matematico.Egli si trova dunque nella posizione di un cieco il quale tenta di discernere la forma e struttura di un fiocco di neve.Appena tocca con le dita o la lingua il fiocco di neve,questo si scioglie.Un elettrone,un fotone,un'onda di probabilità,non possono essere visualizzati;essi sono semplici simboli utili per rappresentare le relazioni matematiche del microcosmo.

Alla domanda:perché la fisica moderna impiega metodi descrittivi cosi esoterici,il fisico risponde:perché le equazioni della fisica quantistica definiscono più accuratamente di ogni modello meccanico il fenomeno fondamentale che oltrepassa i limiti della visione.In altre parole tali metodi « funzionano »,come hanno provato in modo spettacoloso i calcoli che hanno condotto alla bomba atomica.Il fine del fisico pratico è,quindi,quello di enunciare le leggi di natura in termini matematici sempre più precisi.Mentre i fisici del XIX secolo si figurarono l'elettricità come un fluido e,seguendo questa metafora,svilupparono le leggi che hanno condotto alla nostra èra elettrica,il fisico del ventesimo secolo rifugge da tali metafore.Egli sa che la elettricità non è un fluido,sa che i pittoreschi concetti quali « onde » e «   particelle »,mentre servono di guida a nuove scoperte,non possono essere accettati come una vera rappresentazione della realtà.Nell'astratto linguaggio della matematica egli può descrivere come si comportano le cose anche se non conosce,o gli importa di conoscere,ciò che esse sono . 

Esistono però al giorno d'oggi dei fisici per i quali l'abisso fra scienza e realtà costituisce una sfida.Einstein ha più di una volta espresso la speranza che il metodo statistico della fisica quantistica sia un espediente temporaneo. « Io non posso credere » confessa « che Dio giochi a dadi col mondo ». Egli ripudia la dottrina positivista per la quale la scienza possa solo riferire e collegare i risultati delle osservazioni.Crede,invece,in un universo di ordine e di armonia e pensa altresì che con la ricerca l'uomo possa ancora raggiungere una conoscenza della realtà fisica.A questo scopo egli non ha guardato nell'interno dell'atomo,ma all'esterno,alle stelle,ed ancora al di là di esse nelle infinite profondità dello spazio e del tempo.

                                                           Capitolo V
Il filosofo John Locke nel suo famoso trattato,« Saggio sull'intelletto umano »,trecento anni fà scriveva: « Di un certo numero di scacchi che si trovano disposti su alcuni quadretti della scacchiera dove li abbiamo lasciati,noi diciamo che si trovano immobili allo stesso posto,anche se la scacchiera sia stata portata nel frattempo da una stanza all'altra... La scacchiera,diciamo ancora,è allo stesso posto se rimane nella cabina,mentre forse il piroscafo con le vele spiegate ha navigato per tutto il tempo;la nave si dice che è allo stesso posto se ha mantenuto la sua posizione rispetto alla terra vicina,mentre la terra stessa ha frattanto compiuto il suo giro;cosi dunque scacchi, scacchiera e piroscafo hanno cambiato di posto relativamente a corpi piu lontani ».

In questa semplice immagine degli scacchi che si muovono eppure sembrano fermi,appare il principio della relatività - relatività di posizione.E da questa si passa ad un'altra idea:la relatività del moto.Chi ha viaggiato in ferrovia sa come un altro treno correndo nella direzione opposta gli passi davanti come un lampo e,al contrario,come appaia quasi immobile quando procede nella stessa sua direzione.Una variante di questo effetto ci può molto ingannare in una stazione chiusa come il Grand Central Terminal di New York.Qualche volta un treno si mette in moto tanto dolcemente che i passeggeri non soffrono la scossa opposta al senso del moto:se stanno guardando fuori dal finestrino e vedono un altro treno in moto sul binario vicino,essi non riusciranno a capire quale treno è in moto e quale è immobile;e neppure potranno dire con quale velocità questo o quello si muove ed in quale direzione.Il solo modo che i passeggeri hanno di giudicare che cosa sta succedendo è di guardare dalla parte opposta della carrozza un oggetto fisso quale punto di riferimento,ad esempio la piattaforma della stazione o un segnale luminoso. Newton(') era al corrente di questi scherzi del moto,sebbene si limitasse alle navi.Egli sapeva come nei giorni di bonaccia,in alto mare un marinaio può radersi o bere il suo brodo tranquillamente come avviene quando il piroscafo è immobile nel porto.L'acqua nella sua catinella,la minestra nella sua scodella,rimangono immobili anche se la nave percorre 5,15 o 25 nodi all'ora.A meno che egli guardi la superficie del mare gli sarà impossibile di percepire a quale velocità navighi il suo bastimento o addirittura se sia fermo od in moto.È ovvio che se il mare è in burrasca o il battello cambia rotta improvvisamente allora si accorgerà del suo stato di moto.Dato e concesso che esistano le ideali condizioni di un mare liscio come olio o di un bastimento silenzioso,nulla di quanto avviene nei ponti sottostanti,nessuna osservazione od esperimento meccanico che venga eseguito dentro la nave,denoterà la sua velocità sulla superficie del mare.Il principio fisico suggerito da queste considerazioni venne formulato da Newton nel 1687 come segue: « I moti dei corpi che si trovano in un dato spazio,sono relativamente gli stessi,sia che lo spazio stesso si trovi in stato di quiete sia che si muova di moto uniforme in linea retta ».Questo è appunto il cosiddetto principio della relatività galileiano o newtoniano.Si può anche enunciarlo in termini più generali: « Le leggi meccaniche che sono valide in un dato luogo sono altrettanto valide in ogni altro luogo che si muova uniformemente rispetto al primo ».

L'importanza filosofica di questo principio risulta chiara quando lo si applichi allo studio dell'universo.Poiché lo scopo della scienza è quello di spiegare il mondo in cui viviamo,come un tutto e nelle singole sue parti,è indispensabile che lo scienziato abbia fiducia nell'armonia della natura.Egli deve credere che le leggi fisiche valide sulla terra sono in verità leggi universali.Proprio cosi:dalla caduta di una mela alla rotazione dei pianeti attorno al sole,Newton giunse ad enunciare una legge universale.E quando illustrò il principio del moto relativo con l'esempio di una nave sul mare,la nave a cui egli pensava era in verità la terra.Per le esigenze ordinarie della scienza la terra può essere considerata come un sistema stazionario.Possiamo dire,se più ci aggrada,che le montagne,gli alberi,le case sono immobili,mentre gli animali,le automobili e gli aeroplani si muovono.Per l'astronomo,invece,la terra è tutt'altro che immobile,essa si sposta attraverso lo spazio in modo vertiginoso e complicatissimo.Oltre alla sua rotazione giornaliera attorno al suo asse,alla velocità di 1.600 km. all'ora,e alla sua rivoluzione annuale attorno al sole alla velocità di 32 km. al secondo,la terra compie un certo numero di altri moti meno conosciuti. Contrariamente a quanto si crede in generale,la luna non ruota attorno alla terra;i due corpi ruotano uno attorno all'altro più precisamente attorno al comune centro di massa.L'intero sistema solare per di più si muove entro a quello che si chiama il « sistema locale » di stelle alla velocità di 22 km. al secondo;il sistema stellare locale a sua volta si muove entro la Via Lattea alla velocità di 320 km. al secondo,ed infine la intera Via Lattea va alla deriva con riferimento alle remote galassie esterne alla velocità di 160 km. al secondo;tutto questo in diverse direzioni!

Sebbene Newton non potesse conoscere tutta la complessità dei moti della terra,era però assillato dal problema di distinguere il moto relativo dal moto vero o « assoluto » in un universo tanto confusamente affaccendato.Egli pensava che « nelle remote regioni delle stelle fisse o forse molto più lontano di esse,potesse trovarsi qualche corpo in quiete assoluta »,ma ammetteva non essere possibile all'uomo provarlo per mezzo di un oggetto celeste. D'altra parte sembrava a Newton che lo spazio stesso potesse servire come un sistema fisso di riferimento al quale fosse possibile collegare la rotazione delle stelle o della galassia in termini di moto assoluto.Egli considerava lo spazio come una realtà fisica,stazionaria ed immobile,e mentre non aveva la possibilità di provare questa sua convinzione con alcun argomento,nondimeno ad essa rimaneva fedele per ragioni teologiche.Per Newton infatti lo spazio rappresentava la divina onnipresenza di Dio nella natura .

Nei due secoli successivi si credette che le ipotesi di Newton avrebbero prevalso.Infatti,con lo sviluppo della teoria ondulatoria della luce,gli scienziati trovarono necessario attribuire allo spazio vuoto alcune proprietà meccaniche; assumere cioè che lo spazio stesso sia una specie di sostanza.Prima ancora di Newton,Cartesio aveva avanzato l'ipotesi che il solo fatto dell'esistenza di una separazione fra i corpi provasse l'esistenza di un medium fra essi.Per i fisici dei secoli XVIII e XIX era ovvio che se la luce era composta di onde vi doveva essere qualche medium per trasmetterle,cosi come l'acqua propaga le onde del mare e l'aria trasmette le vibrazioni da noi chiamate « suoni ». Perciò quando le esperienze dimostrarono che la luce si propaga anche nel vuoto,gli scienziati furono costretti ad ammettere l'esistenza di una ipotetica sostanza che chiamarono « etere »,decidendo che essa doveva occupare tutto lo spazio e la materia.In seguito Faraday propose un altro genere di etere quale trasmettitore di forze magnetiche ed elettriche.Quando finalmente Maxwell provò l'identità della luce con le perturbazioni elettromagnetiche l'esistenza dell'etere sembrò assicurata.

Un universo permeato da un invisibile mezzo nel quale vagano le stelle,attraverso il quale la luce si trasmette come le vibrazioni in un vaso di gelatina,fu il risultato finale della fisica di Newton.Esso offriva un modello meccanico per tutti i fenomeni naturali conosciuti,dava quel sistema di riferimento,lo spazio immobile ed assoluto,indispensabile per la cosmologia di Newton.

                                                             Capitolo VI
Ma l’«etere» presentava alcuni problemi,non ultimo dei quali quello della sua esistenza,che non si era mai potuta provare.Per scoprire in modo sicuro se veramente esistesse questo etere,due fisici americani,A. A. Michelson e E. W. Morley,effettuarono nel 1881 a Cleveland un classico esperimento.
Il principio su cui si basava la loro esperienza era molto semplice.Essi pensarono che se tutto lo spazio è semplicemente un oceano immobile di etere,allora il moto della terra attraverso l’etere poteva esser scoperto e misurato nello stesso modo con cui i marinai misurano la velocità di una nave sul mare.Come Newton aveva accennato,è impossibile accorgersi del movimento di una nave,su di un mare tranquillo,per mezzo di esperimenti meccanici eseguiti nell’«interno» del bastimento.I marinai misurano la velocità della nave gettando fuori bordo il solcometro ed osservando lo svolgersi dei nodi sulla sagola del solcometro.Allo scopo di individuare il moto della terra attraverso l’oceano di etere,Michelson e Morley lanciarono nello spazio un simile «solcometro»;era questo un raggio di luce.Se la luce si propaga veramente attraverso l’etere,la sua velocità dovrebbe venire influenzata dal flusso di etere suscitato dal moto della terra.Propriamente un raggio di luce,lanciato in direzione del movimento della terra,dovrebbe subire un lieve ritardo a causa del flusso di etere,proprio come un nuotatore prova maggior fatica nuotando contro corrente.Si tratta di una piccola differenza,poiché la velocità della luce(accuratamente determinata già nel 1849)è di 300.000 km. al secondo,mentre la velocità della terra nella sua orbita attorno al sole non raggiunge che i 32 km. al secondo.Perciò un raggio di luce lanciato contro il flusso dell’etere dovrà viaggiare alla velocità di 299.968 km. al secondo,mentre un raggio di luce diretto con il flusso di etere dovrebbe essere lanciato alla velocità di 300.032 km. al secondo.Michelson e Morley con queste precise idee costruirono uno strumento la cui grande sensibilità poteva arrivare a scoprire una variazione fino ad i km. e mezzo per secondo nella enorme velocità della luce.Questo strumento,da loro chiamato « interferometro »,consiste in un insieme di specchi così sistemati,che un raggio di luce può venire diviso in due,e lanciato in direzioni diverse allo stesso tempo.L’esperimento fu progettato ed eseguito con tale meticolosa precisione da non lasciar dubbi sul risultato.E questo fu semplicemente che non esisteva alcuna differenza nella velocità dei raggi luminosi,qualunque fosse la direzione in cui essi si propagavano.
L’esperimento Michelson - Morley mise gli scienziati in una imbarazzante alternativa.Da un lato essi potevano eliminare la teoria dell’etere per mezzo della quale si erano spiegati tanti fatti intorno all’elettricità,magnetismo e luce.Oppure potevano insistere nel mantenere l’etere,ma allora dovevano abbandonare la ancora più venerabile teoria copernicana,cioè della terra ruotante intorno al sole.Per molti fisici sembrava quasi più facile sostenere che la terra sia immobile piuttosto che credere alla esistenza di onde "onde luminose", "onde elettromagnetiche" senza un mezzo che le sostenga.Era un serio dilemma,ed esso divise il pensiero scientifico per un quarto di secolo.Molte nuove ipotesi vennero formulate e poi respinte.L’esperimento fu ripetuto nuovamente da Morley e da altri,ma sempre con la medesima conclusione:la velocità apparente della terra attraverso l’etere risulta nulla.

Interferometro1
L’interferornetro di Michelson e Morley consisteva in un dispositivo di specchi,collocato in modo che un fascio di raggi trasmesso da una sorgente luminosa (nella figura a sinistra) si divideva dirigendosi allo stesso tempo in due direzioni.Ciò era ottenuto a mezzo di uno specchio A,la cui superficie era semiargentata,per modo che una parte del fascio poteva attraversarlo per colpire lo specchio C (a destra) e l’altra parte veniva riflessa ad angolo retto verso lo specchio B.Gli specchi B e C riflettevano poi i raggi di nuovo allo specchio A,dove nuovamente riuniti procedevano verso il cannocchiale di osservazione T. Poiché il fascio ACT deve passare tre volte attraverso lo spessore del vetro dietro alla superficie riflettente dello specchio A,una lastra trasparente di vetro di uguale spessore era collocata fra A e B, intercettando il fascio ABT,e compensandolo per questo ritardo.L’intero apparecchio veniva ruotato in direzioni diverse,però in modo che i fasci ABT e ACT potevano essere diretti nella stessa direzione,o quella contraria o ad angoli retti rispetto alla creduta corrente di etere.A prima vista può sembrare che il tragitto «secondo la corrente» per esempio da B ad A,dovesse compensare in durata di tempo un tragitto «contro corrente» da A fino a B. Ma non è cosi.Per condurre una barca a remi un chilometro contro corrente ed un altro chilometro seguendo la corrente occorre un tempo maggiore che remare per due chilometri in acque tranquille o attraverso la corrente,sia pure tenendo conto della deriva.Se avesse avuto luogo una accelerazione od un ritardo dell’uno o l’altro fascio causati dalla corrente di etere lo si sarebbe certo scoperto con l’apparecchio ottico in T.

Fra coloro che riflettevano sull’enigma dell’esperimento Michelson-Morley vi era un giovane impiegato dell’ufficio brevetti di Berna:Albert Einstein.Nel 1905,a 26 anni,egli pubblicò una breve nota che offriva una spiegazione al quesito,ed aprì un nuovo mondo al pensiero fisico.Einstein cominciò coll’abbandonare la teoria dell’etere e con essa tutta l’idea dello spazio inteso come un sistema fisso e insieme assolutamente immobile,entro il quale fosse possibile distinguere il moto assoluto dal moto relativo.L’esperimento Michelson-Morley aveva stabilito un fatto indiscutibile:il moto della terra non ha alcuna influenza sulla velocità della luce.Questo fatto fu per Einstein la rivelazione di una legge universale.Se la velocità della luce è costante,indifferente al moto terrestre - egli ragionava - deve essere costante ed indifferente anche al moto di qualsiasi sole,luna,meteora,od altri sistemi vaganti per l’universo.Da questo principio Einstein derivò una più vasta generalizzazione affermando che le leggi della natura sono uguali per tutti i sistemi che si muovono di moto uniforme.Questa semplice affermazione è l’essenza della teoria della relatività ristretta di Einstein.Essa comprendeva il principio galileiano della relatività,il quale enuncia che le leggi meccaniche sono le stesse per tutti i sistemi che si muovono con moto uniforme.Ma l’enunciazione di Einstein era più generale;perché egli pensava non soltanto alle leggi meccaniche,ma anche a quelle che governano la luce e gli altri fenomeni elettromagnetici.Cosi egli riunì queste leggi in un postulato fondamentale:tutti i fenomeni della natura,tutte le leggi della natura sono uguali per tutti i sistemi che si muovono di moto uniforme relativamente l’uno all’altro.
In verità nulla vi è di anormale in questa formulazione.Essa conferma la fede dello scienziato nell’armonia universale delle leggi naturali.Consiglia inoltre allo scienziato di non continuare inutilmente la ricerca di un sistema di riferimento assoluto e stazionario nell’universo.Questo è tutto in movimento:stelle,nebulose,galassie e tutti gli immensi sistemi gravitazionali dell’infinito sono in moto continuo.Ma i loro movimenti possono essere descritti solo uno relativamente all’altro,poiché nello spazio non vi sono né direzioni,né confini.E quindi una futile impresa per lo scienziato cercar di scoprire la «vera » velocità di un sistema impiegando la luce come misura metrica,perché la velocità della luce è costante per tutto l’universo e non subisce modificazioni.Né per il moto della sua sorgente,né per quello di chi la riceve.La natura non ci offre alcun «campione» di confronto e lo spazio,come affermava un altro grande matematico tedesco,Leibniz,due secoli,prima di Einstein,è semplicemente «l’ordine o il rapporto delle cose fra di loro».Lo spazio senza gli oggetti che lo occupano è nullo.
Oltre che aver eliminato lo spazio assoluto,Einstein ha eliminato anche il concetto di tempo assoluto - flusso di tempo determinato,invariabile e universale,senza posa scorrente dall’infinito passato a quello futuro.Gran parte delle difficoltà di comprendere la teoria della relatività proviene dalla riluttanza umana a riconoscere che il senso del tempo,come quello del colore,è solo una forma di percezione.Come non esiste ciò che noi chiamiamo « colore » senza l’occhio per distinguerlo,cosi un istante,un’ora o un giorno sono nulla senza un avvenimento che li distingua. Analogamente,come lo spazio è semplicemente un possibile ordine di oggetti materiali,cosi il tempo è solo un possibile ordine di avvenimenti.La soggettività del tempo è bene spiegata dalle stesse parole di Einstein: «Le esperienze di un individuo» egli dice «ci appaiono ordinate in una serie di singoli avvenimenti,che noi ricordiamo apparire ordinati secondo il criterio di "anteriore" o "posteriore".Esiste quindi per l’individuo un tempo suo proprio, cioè un tempo soggettivo.Questo,in se stesso,non è misurabile.Noi possiamo associare numeri ed eventi in modo tale che un numero maggiore sia associato con un avvenimento posteriore,piuttosto che con uno anteriore.Questa continuità possiamo definirla per mezzo di un orologio,paragonando l’ordine degli avvenimenti dato dall’orologio con l’ordine di una determinata serie di eventi.Noi intendiamo per "orologio" uno strumento che ci fornisca il modo di contare una serie di avvenimenti».
Nel riferire le nostre proprie esperienze ad un orologio (od a un calendario) noi facciamo del tempo un concetto obiettivo.Eppure gli intervalli di tempo,determinati dall’orologio o dal calendario,non sono in alcun modo quantità assolute imposte da un editto divino all’intero universo.Tutti gli orologi adoperati dall’uomo sono costruiti con ingranaggi regolati sul moto della terra nel nostro sistema solare.Quella che da noi è chiamata «ora» non è in verità che una misura spaziale,un arco di 15 gradi,nell’apparente rotazione diurna della sfera celeste.E quello che noi chiamiamo «anno» è solo una misura del cammino della terra nella sua orbita attorno al sole.Un abitante di Mercurio avrebbe nozioni di tempo molto diverse.Mercurio compie il suo giro attorno al sole in 88 dei nostri giorni,e nello stesso periodo ruota una volta sola attorno al suo asse.Quindi su Mercurio un anno e un giorno hanno la stessa durata.Ma quando la scienza si spinge al di là del sistema solare,allora tutte le nostre cognizioni terrestri di tempo perdono ogni significato.La relatività infatti ci informa che non esiste un intervallo fisso di tempo indipendente dal sistema al quale è riferito.Non può esistere la simultaneità,né il concetto che noi esprimiamo con le parole «in questo momento» che sia indipendente da un sistema di riferimento.Per esempio una persona a New York telefona ad un amico a Londra e malgrado la diversità dell’ora,essendo,per esempio,le 7 pomeridiane a New York e contemporaneamente mezzanotte a Londra,noi diciamo che essi parlano «allo stesso istante».Ciò avviene perché essi vivono sullo stesso pianeta,ed i loro orologi sono basati sullo stesso sistema astronomico.Una situazione più complicata si presenta cercando di stabilire,per esempio,che cosa avviene sulla stella Arturo «proprio in questo momento».Arturo è lontano da noi 38 anni-luce.Un anno-luce è la distanza che la luce percorre in un anno,all’incirca dieci trilioni di chilometri.Se potessimo comunicare con Arturo per radio «in questo momento» occorrerebbero 38 anni al nostro messaggio per raggiungere la sua destinazione e dovremmo attendere la risposta per altri 38 anni.(Le onde-radio viaggiano alla stessa velocità delle onde luminose).E quando noi osserviamo Arturo dicendo che lo vediamo «adesso»,poniamo nell’anno 1949,in verità non vediamo che una immagine proiettata sui nostri nervi ottici dai raggi luminosi che hanno lasciato la loro sorgente nel 1912. Se Arturo veramente esiste «in questo momento» la natura ci impedisce di saperlo fino al 1988.
Malgrado queste riflessioni è difficile per l’uomo,legato alla terra,accettare l’idea che un dato istante come quello che egli chiama «adesso» non si possa applicare all’intero universo.Eppure nella teoria della relatività ristretta Einstein prova,con una indiscutibile serie di esempi e deduzioni,che è una assurdità immaginare degli avvenimenti i quali si producono simultaneamente in sistemi che non siano in relazione l’uno con l’altro.I suoi argomenti si svolgono sui seguenti concetti.
Prima di tutto è necessario convincersi che lo scienziato,il cui compito è quello di descrivere gli avvenimenti fisici in termini obiettivi,non può impiegare parole soggettive come «questo»,«qui» e «adesso».Per lui i concetti di spazio e di tempo assumono un significato fisico solo quando le relazioni fra avvenimenti e sistemi sono definite.È quindi continuamente necessario per lui,trattando argomenti i quali hanno a che fare con le forme complesse del moto (come nella meccanica celeste,elettrodinamica,ecc.),riferire le grandezze trovate in un sistema con quelle che esistono in un altro.Le leggi matematiche,che definiscono queste relazioni,sono conosciute sotto il nome di «leggi di trasformazione».La trasformazione più semplice può essere illustrata con l’esempio di un uomo il quale passeggia sul ponte di una nave;se egli cammina sul ponte verso prua con una velocità di 4 chilometri all’ora e la nave fa 20 chilometri all’ora,la velocità dell’uomo in confronto alla superficie del mare in quiete è di 24 chilometri all’ora;se cammina verso poppa,la sua velocità con riferimento al mare è quindi di 16 chilometri all’ora.Un altro esempio si può immaginare pensando ad una campana acustica d’allarme che suoni ad un passaggio a livello.Le onde sonore prodotte dalla campana si spandono attraverso l’aria circostante alla velocità di 330 metri al secondo. Un treno in quel momento passa attraverso il passaggio a livello alla velocità di 20 metri al secondo.Quindi la velocità del suono relativamente al treno è di 350 metri al secondo,fino a tanto che il treno si avvicina alla campana,ed è invece di 310 metri al secondo appena il treno è passato davanti alla campana.Questa semplice somma delle velocità è basata su di un evidente senso comune,e fu applicata ai problemi del moto combinato fino dai tempi di Galileo.Serie difficoltà sorgono,però,quando questo principio si debba usare in connessione con la luce.
In un suo scritto Einstein mette in evidenza queste difficoltà con un altro esempio ferroviario.Siamo di nuovo ad un passaggio a livello,segnalato questa volta da lampi luminosi che si propagano lungo il binario con la velocità di 300 mila km. al secondo,che è la velocità costante della luce conosciuta in fisica col simbolo c.Un treno avanza verso il segnale luminoso con una data velocità.Sommando le velocità si conclude che la velocità del raggio di luce relativamente al treno è c più v quando il treno si muove verso il segnale,e c meno v appena il treno lo ha sorpassato.Questo risultato è in contrasto con quello dell’esperimento Michelson-Morley,i quali hanno dimostrato, come si è detto, che la velocità della luce non viene alterata dal moto della sorgente o dal moto del soggetto che la riceve.Questo strano fatto è stato pure confermato dallo studio delle stelle doppie le quali ruotano attorno ad un comune centro di massa.Una analisi accurata di questi sistemi ruotanti ha dimostrato come la luce della stella che si avvicina raggiunge la terra proprio con la stessa velocità di quella della stella che si allontana.Poiché la velocità della luce è una costante universale,essa non può,nell’esempio della ferrovia dato da Einstein,esser influenzata dalla velocità del treno.Anche immaginando che il treno corra verso il segnale luminoso alla velocità di 15.000 km. al secondo,il principio della costanza della velocità della luce ci dice che un viaggiatore nel treno potrebbe verificare come la velocità del raggio luminoso che gli viene incontro viaggia proprio con la velocità di 300 mila km. al secondo.Il dilemma presentato da questa situazione è assai più interessante dell’indovinello di un giornale del la domenica.Invero esso si presenta come un grande enigma della natura.Einstein comprese che il problema sta nell’irriconciliabile conflitto tra la sua convinzione che la velocità della luce sia costante,e il principio della somma delle velocità.Sebbene questo principio sembri esser basato sulla ferrea logica della matematica (cioè che due più due fanno quattro),Einstein riconobbe nella sua teoria una legge fondamentale della natura.Egli concluse perciò che si doveva trovare una nuova regola di trasformazione che permettesse allo scienziato di rappresentare le relazioni fra i sistemi in moto in tal maniera che i risultati si conformassero ai fatti conosciuti riguardanti la luce.

                                  La trasformazione di Lorentz

Einstein trovò quanto gli era necessario in una serie di equazioni sviluppate dal grande fisico olandese H. A. Lorentz,in unione ad una sua specifica teoria.Sebbene la sua applicazione originale abbia ora per la maggior parte solo un interesse storico,la trasformazione di Lorentz vive ancora come parte integrante della struttura matematica della relatività.Tuttavia per comprendere quanto essa afferma,è necessario dapprima mettere in evidenza le pecche del vecchio principio della somma delle velocità.Queste sono state chiarite da Einstein,con un altro esempio, sempre nel campo ferroviario.Ancora una volta egli immagina un binario diritto,ma questa volta però con un osservatore seduto sul terrapieno sul quale si trova il binario.Scoppia un temporale e due fulmini colpiscono simultaneamente il binario in due punti diversi:A e B. Ora,- si domanda Einstein,- che cosa intendiamo noi,dicendo «simultaneamente»?Allo scopo di precisare questa affermazione egli immagina che un osservatore si trovi seduto ad un’eguale distanza da A e da B,munito di un dispositivo di specchi sistemati in modo tale da permettergli di vedere contemporaneamente A e B senza muovere gli occhi.Quindi se i due fulmini sono visti riflessi negli specchi dall’osservatore nel medesimo istante,essi debbono essere considerati come simultanei.Ma sul treno che corre sul binario vi è un secondo osservatore appollaiato sul tetto di una delle carrozze,con un dispositivo di specchi simile a quello che ha l’altro osservatore sul terrapieno.Si dà la circostanza che l’osservatore in movimento si trovi a passare proprio davanti all’altro osservatore all’istante preciso in cui il fulmine colpisce A e B.Ora ci si domanda:i due fulmini gli appariranno simultaneamente?La risposta è negativa.Perché se il treno dove egli si trova si allontana da B e corre verso A,è ovvio che l’istante in cui B viene colpito sarà riflesso nei suoi specchi una frazione di secondo dopo di quello in cui è stato colpito A.Se avete qualche dubbio su questo ragiona mento immaginate per un momento che il treno corra alla impossibile velocità di 300.000 km/sec,cioè con la velocità della luce.Se ciò fosse,il fulmine in B,viaggiando alla stessa velocità del lampo in A,non potrà mai venire riflesso negli specchi,perché non potrà mai raggiungere il treno.In conseguenza l’osservatore nel treno affermerà che solo un fulmine ha colpito il binario.E qualunque sia la velocità del treno,l’osservatore che si trova su di esso continuerà sempre ad affermare che il fulmine in A ha colpito per primo il binario.Quindi i fulmini che sono simultanei per l’osservatore immobile sul terrapieno non sono simultanei per l'osservatore sul treno

Questo esempio mette bene in evidenza uno dei più sottili e difficili concetti della filosofia einsteiniana:la relatività dell'idea di « simultaneità ».Dimostra che l'uomo non può ammettere che il suo senso soggettivo dell'istante simultaneo si possa applicare dovunque nell'universo.Einstein mette in evidenza che « ogni sistema di riferimento ha il suo proprio tempo particolare;a meno che non si sia fissato il sistema al quale detto tempo si riferisce,non ha alcun significato lo stabilire il tempo di un dato avvenimento ».L'errore nel vecchio principio della somma delle velocità sta perciò nell'assumere tacitamente che la durata di un avvenimento sia indipendente dallo stato di moto del sistema di riferimento.Per esempio,nel caso dell'uomo che passeggia sul ponte di una nave,se noi immaginiamo che egli cammina con la velocità di cinque chilometri all'ora,come indicato da un orologio sulla nave in moto,la sua velocità sarebbe dovuta risultare la stessa anche se determinata da un orologio stazionario ancorato in qualche punto del mare.Si assumeva inoltre che la distanza da lui percorsa in un'ora avrebbe avuto lo stesso valore sia che fosse stata misurata relativamente al ponte della nave (il sistema in moto) sia che lo fosse relativamente al mare (sistema stazionario).Questo costituisce un secondo errore nella somma delle velocità;la distanza,come il tempo,è un concetto relativo;e non esiste infatti un intervallo nello spazio che sia indipendente dallo stato di moto del sistema di riferimento.Quindi,afferma Einstein,lo scienziato,il quale vuole descrivere un fenomeno naturale in termini coerenti per tutti i sistemi nell'intero universo,deve considerare le misure di tempo e distanza come quantità variabili.Le equazioni della trasformazione di Lorentz provvedono proprio a questo.Esse mantengono la velocità della luce come costante universale,ma fanno variare tutte le misure di tempo e di distanza secondo la velocità di ogni sistema di riferimento.

In tal modo,sebbene Lorentz abbia originariamente sviluppato le sue equazioni per risolvere un problema specifico, Einstein le ha poste a base di una vastissima generalizzazione,aggiungendo un altro assioma all'edificio della relatività:le leggi della natura conservano la loro uniformità in tutti i sistemi quando si

 

C)La trasformazione di Lorentz mette in relazione distanze e tempi osservati nei sistemi in moto,con quelli osservati su sistemi relativamente in quiete.Supponiamo per esempio che un sistema di riferimento si muova in una certa direzione,allora secondo il vecchio principio della somma delle velocità,una distanza o lunghezza x misurata relativamente al sistema in moto lungo la direzione del moto,è collegata alla lunghezza x,misurata relativamente ad un sistema stazionario,a mezzo dell'equazione x' = x ± vt dove v è la velocità del sistema in moto e t è il tempo.Le dimensioni y' e x', misurate relativamente al sistema in moto ad angoli retti rispetto ad x', e ad angoli retti uno rispetto all'altro (cioè altezza e larghezza),sono collegate alle dimensioni y e x rispetto al sistema relativamente stazionario da y = y e z' = z.Ed infine un intervallo di tempo t,determinato rispetto al sistema in moto,è collegato all'intervallo di tempo t,determinato rispetto al sistema relativamente stazionario,a mezzo dell'equazione t = t.

In altre parole distanze e tempi non vengono alterati,nella fisica classica,dalla velocità del sistema in questione.Ma è proprio questa la supposizione che porta al paradosso dei fulmini.La trasformazione di Lorentz riduce le distanze e i tempi osservati nei sistemi in moto alle condizioni dell'osservatore in quiete,mantenendo la velocità della luce c costante per tutti gli osservatori.Ecco le equazioni della trasformazione di Lorentz che hanno sostituito le antiche ed evidentemente inadeguate relazioni sopra citate:

Da notarsi come similmente all'antica legge di trasformazione le dimensioni y' e z' non subiscono variazioni per effetto del moto.Si vedrà inoltre che se la velocità del sistema in moto v è piccola relativamente alla velocità della luce c,allora le equazioni della trasformazione di Lorentz si riducono alla relazione dell'antico principio della somma delle velocità.Ma quando la velocità v è notevole e si avvicina a quella di c,allora i valori di x' e t' cambiano in modo radicale.

 

considerino al lume della trasformazione di Lorentz.Stabilito ciò nell'astratto linguaggio matematico,il significato di questo assioma può difficilmente essere compreso dal profano.Ma in fisica una equazione non è mai una pura astrazione:è semplicemente una specie di espressione stenografica,con la quale lo scienziato trova conveniente descrivere i fenomeni della natura.Certe volte è come la «pietra di Rosetta» nella quale il fisico teorico può decifrare il regno segreto della conoscenza.In tal modo,interpretando il messaggio fornito dalle equazioni della trasformazione di Lorentz, Einstein ha scoperto nuove e straordinarie verità sull'universo fisico.

Queste verità si possono descrivere in termini molto concreti.Einstein,dopo aver sviluppato le basi matematiche e filosofiche della relatività,doveva portarle in laboratorio,dove le cose astratte,quali tempo e spazio,sono imbrigliate per mezzo di orologi e misure metriche.Traducendo le sue idee fondamentali sul tempo e sullo spazio nel linguaggio di laboratorio,egli ha messo in evidenza alcune insospettate proprietà degli strumenti che misurano tempo e lo spazio.Per esempio un orologio situato su di un qualsiasi sistema in movimento cammina ad un ritmo diverso da quello di un orologio stazionario.Una misura metrica,situata su di un sistema in moto,varia la propria lunghezza secondo la velocità del sistema.Precisamente l'orologio rallenta quando aumenta la velocità ed il metro si accorda secondo la direzione del suo moto.Queste particolari variazioni nulla hanno a che fare con la costruzione dell'orologio e la composizione dell'asta di misura.Il misuratore del tempo può essere un orologio a pendolo,un orologio a molla, od una clessidra.L'asta di misura può essere un regolo di legno,una barra di metallo od un filo di acciaio di varia lunghezza.Il rallentamento dell'orologio e la contrazione della misura metrica non sono fenomeni meccanici;un osservatore in moto assieme all'orologio od all'asta di misura non potrebbe notare questi cambiamenti;ma per un osservatore stazionario,vale a dire stazionario relativamente al sistema in moto,l'orologio in movimento ha rallentato rispetto all'orologio stazionario e l'asta di misura si è contratta in rapporto alle unità di misura stazionarie.

Questo singolare comportamento degli orologi e delle misure metriche in moto è conseguenza della costante velocità della luce;esso spiega perché tutti gli osservatori in tutti i sistemi e dovunque,indipendentemente dal loro stato di moto,troveranno sempre che la luce arriva ai loro strumenti e ne parte sempre con la stessa velocità. Infatti mentre la loro propria velocità si avvicina a quella della luce,i loro orologi rallentano,le loro misure metriche si contraggono,e tutte le loro misurazioni si riducono ai valori ottenuti da un osservatore relativamente stazionario. Le leggi che regolano queste contrazioni sono definite dalla trasformazione di Lorentz e sono molto semplici: quanto maggiore è la velocità tanto maggiore è la contrazione.Un'asta metrica in moto,con una velocità pari al 90 per cento della velocità della luce,si accorcia fino a circa metà della sua lunghezza;con velocità maggiore l'ammontare della contrazione diventa più rapido;se il bastone potesse raggiungere la velocità della luce,la sua lunghezza si annullerebbe.Similmente un orologio in moto con la velocità della luce si arresterà completamente.Da ciò si deduce come nulla può muoversi più rapidamente della luce,non importa quali siano le forze in gioco.La relatività ci rivela quindi un'altra fondamentale legge di natura:«la velocità della luce è la velocità limite dell'universo».

A prima vista queste idee non sono facili a digerirsi,ma ciò avviene perché la fisica classica ammette, erroneamente,che un oggetto mantenga le stesse dimensioni sia esso in moto o sia esso in quiete,e che un orologio mantenga lo stesso ritmo tanto se è in movimento quanto se è in quiete.Il senso comune dice che così deve essere.Ma come Einstein ha fatto rilevare,il senso comune è in verità nulla più che un insieme di pregiudizi raccolti nella mente prima dell'età di 18 anni.Ogni nuova idea che si fa strada negli anni successivi si trova in contrasto con questo cumulo di concetti così detti «evidenti».Ed è proprio per la contrarietà di Einstein ad accettare quei principi creduti evidenti,ma non provati come tali,che egli ha avuto la possibilità di penetrare nelle più nascoste realtà della natura più addentro di tutti gli scienziati che lo hanno preceduto.Perché,egli si domanda:"è più strano ammettere che gli orologi in movimento rallentino e le misure metriche si contraggano,che ammettere il contrario?".La ragione per la quale la fisica classica ammise questo secondo punto di vista sta nel fatto che l'uomo, nella sua esperienza quotidiana,non ha mai a che fare con velocità tanto grandi da rendere manifesti i cambiamenti esistenti ammettendo il primo punto di vista.In una automobile,in un aeroplano,anche su di un razzo V2 il rallentamento di un orologio non è misurabile.È solo quando le velocità si avvicinano a quelle della luce,che si possono notare degli effetti relativistici.Le equazioni della trasformazione di Lorentz dimostrano chiaramente come nelle velocità ordinarie la modificazione degli intervalli di tempo e di spazio sia trascurabile.La relatività non è quindi in contraddizione con la fisica classica.Basta ricordare semplicemente che i vecchi concetti sono casi limite,i quali si applicano solo alle esperienze più comuni dell'uomo.
Einstein sorpassa così la barriera alzata dalla tendenza dell'uomo a definire la realtà come egli la percepisce attraverso il meccanismo dei suoi sensi.Proprio la teoria dei «quanti» ha dimostrato che le particelle elementari della materia non si comportano come le particelle più grandi che noi possiamo distinguere nel mondo grossolano delle nostre percezioni;così la relatività prova come non sia possibile predire i fenomeni i quali accompagnano le grandi velocità in base al lento comportamento di oggetti visibili dall'occhio limitato dell'uomo.Neppure possiamo assumere che le leggi della relatività trattino di avvenimenti eccezionali;al contrario esse ci offrono un quadro complessivo di un universo incredibilmente complesso nel quale i semplici avvenimenti meccanici delle nostre esperienze terrene sono proprio le eccezioni.Lo scienziato del giorno d'oggi,il quale lotta con le velocità fantastiche, che dominano nel veloce mondo dell'atomo,o con le immensità dello spazio e del tempo siderale,trova inadeguate le vecchie leggi di Newton.Ma la relatività gli offre in ogni istante una completa ed accurata descrizione della natura.Ogni qual volta i postulati di Einstein sono stati messi alla prova,la loro validità ha ricevuto piena conferma. Una prova notevole del ritardo degli intervalli di tempo risultò da un esperimento eseguito nel 1936 da H. E. Ives del laboratorio della Compagnia dei telefoni Bell.Un atomo radiante può essere considerato come una specie di orologio in quanto emette luce secondo una determinata frequenza e lunghezza d'onda,le quali possono venire misurate con grande precisione per mezzo dello spettroscopio.Ives ha paragonato la luce emessa dagli atomi dell'idrogeno muoventisi ad alte velocità con quella emessa dagli atomi di idrogeno in quiete,e ha trovato che la frequenza di vibrazione degli atomi in moto era ridotta in esatto accordo con la previsione delle equazioni di Einstein.In futuro la scienza potrà immaginare una prova molto più interessante dello stesso principio.Poiché ogni moto periodico serve a misurare il tempo,il cuore umano,ha posto in rilievo Einstein,è una specie di orologio.Quindi secondo la relatività,i battiti del cuore di una persona che viaggi con la velocità vicina a quella della luce,sarebbero relativamente rallentati,insieme con la respirazione e tutti gli altri processi fisiologici.La persona non si accorgerebbe di questo rallentamento,perché anche il suo orologio rallenterebbe il suo andamento nella stessa misura.Ma la durata della vita di quella persona determinata con un orologio stazionario risulterebbe più lunga.Nel regno della fantasia di un Buck Rogers, è possibile immaginare qualche futuro esploratore cosmico a bordo di un veicolo interplanetario azionato dall'energia atomica,attraversante lo spazio alla velocità di 267.000 km/sec, che ritorna sulla terra dopo dieci anni terrestri,per trovarsi poi fisicamente di solo cinque anni più vecchio.

Per descrivere la meccanica dell'universo fisico si richiedono tre quantità:il tempo,la distanza e la massa.Dato che tempo e distanza sono quantità relative è facile pensare come anche la massa di un corpo debba variare con il suo stato di moto.In verità i più importanti risultati pratici della relatività sono scaturiti da questo principio:«la relatività della massa».
Nel linguaggio comune si può dire che la «massa» corrisponda al «peso».Ma in senso fisico preciso la massa denota una proprietà della materia assai diversa e più fondamentale;essa sta ad indicare resistenza ad un cambiamento del moto.È necessaria una forza maggiore per muovere un autocarro che non un velocipede;l'autocarro offre una resistenza al moto più ostinata che un velocipede a causa della massa molto maggiore.Nella fisica classica la massa di ogni corpo è una proprietà fissa ed invariabile.Perciò la massa di un autocarro dovrebbe rimanere la stessa,sia che esso si trovi in quiete sia che viaggi attraverso la campagna a 100 chilometri all'ora,sia che venga lanciato negli spazi interplanetari alla velocità di 100.000 km/sec.Ma la relatività afferma che la massa di un corpo in movimento non è costante,ma aumenta con la sua velocità.La fisica classica non ha scoperto questo fatto semplicemente perché i sensi dell'uomo e i suoi strumenti sono troppo imperfetti per poter determinare gli aumenti infinitesimali di massa prodotti dalle piccole accelerazioni dell'esperienza ordinaria. Essi diventano percettibili solo quando i corpi raggiungono velocità vicine a quelle della luce. (Questo fenomeno,incidentalmente,non è in contrasto con la contrazione relativistica della lunghezza.Siamo tentati di domandarci:come può un oggetto diventare più piccolo e allo stesso tempo più pesante?La contrazione,è da notarsi,esiste solo nella direzione del moto;larghezza ed altezza rimangono inalterate.Di più massa non significa «pesantezza»,ma resistenza al moto).
L'equazione di Einstein la quale ci da l'aumento della massa con la velocità è simile nella forma alle altre equazioni della relatività,ma assai più importante nelle sue conseguenze:

Qui m indica la massa di un corpo moventesi con velocità v,mo la sua massa quando è in quiete e c la velocità della luce.Chiunque abbia studiato l'algebra elementare,constata subito che se v è piccolo,come lo sono tutte le velocità delle ordinarie esperienze,allora la differenza fra mo ed m è praticamente nulla.Ma quando v si avvicina al valore di c allora la massa aumenta in modo notevole,raggiungendo l'infinito quando la velocità di un corpo in movimento raggiunge la velocità della luce.Poiché un corpo di massa infinita offrirebbe una resistenza infinita al moto,la conclusione è quindi ancora che nessun corpo materiale può muoversi con la velocità della luce (').
Fra tutti gli aspetti della relatività il principio dell'aumento di massa è stato quello più spesso verificato ed applicato con grande successo dai fisici sperimentali.Gli elettroni muoventisi entro potenti campi elettrici e particelle beta emesse dai nuclei di sostanze radioattive sviluppano velocità che raggiungono il 99 per cento di quella della luce.Per i fisici atomici interessati a queste grandi velocità,l'aumento di massa predetto dalla relatività non è un argomento teorico,ma un fatto empirico che i loro calcoli non possono ignorare.Infatti le costruzioni di macchine,come il protone-sincrotone ed altre nuove macchine super-energetiche sono progettate tenendo conto dell'aumento di massa delle particelle man mano che la loro velocità si avvicina a quella della luce.
Per mezzo di deduzioni più avanzate dal suo principio di relatività della massa,Einstein è giunto ad una conclusione di incalcolabile importanza per il mondo.Il suo ragionamento è all'incirca il seguente:poiché la massa di un corpo in movimento aumenta via via che aumenta il suo moto,e poiché il moto è una forma di energia (energia cinetica), l'aumento di massa di un corpo in movimento proviene dall'aumento della sua energia.In breve:l'energia non è altro che massa!Con relativamente pochi e semplici passaggi matematici,Einstein ha trovato il valore della massa equivalente m in qualsiasi unità di energia E ed ha potuto esprimerla con l'equazione m = E/c2.Data questa relazione è facile scrivere la più importante e certo la più famosa equazione della storia recente:E = mc2.
La parte che spetta a questa equazione nello sviluppo della bomba atomica è nota a tutti i lettori della stampa quotidiana.Essa afferma infatti,nel linguaggio scientifico della fisica,come l'energia contenuta in ogni particella di materia è uguale alla massa di quel corpo (espressa in grammi) moltiplicata per il quadrato della velocità della luce (espressa in centimetri per secondo).Questa straordinaria relazione si rivela ancor più impressionante quando i suoi termini vengano tradotti in valori concreti:se un chilogrammo di carbone venisse trasformato «interamente» in energia produrrebbe 25 miliardi di kilowattore di elettricità,cioè tanto quanto tutti gli impianti elettrici degli Stati Uniti potrebbero generare senza interruzione per due mesi.
E = mc2 ci da la chiave di molti fenomeni fisici da lungo tempo misteriosi.Questa equazione spiega come le sostanze radioattive,quali il radio e l'uranio,abbiano la proprietà di emettere particelle ad enormi velocità per milioni di anni.Spiega come il sole e tutte le stelle possano continuare ad irradiare luce e calore per miliardi di anni; infatti se il nostro sole si consumasse attraverso gli ordinari processi di combustione,la terra sarebbe morta in gelida oscurità già da molti anni.Rivela la quantità di energia che è rinchiusa potenzialmente nei nuclei degli atomi e precisa quanti grammi di uranio devono esser impiegati in una bomba atomica per distruggere una città.Scopre inoltre alcune verità fondamentali sulla realtà fisica.Prima della relatività gli scienziati avevano immaginato l'universo come un recipiente contenente due elementi distinti:materia ed energia;la prima inerte,tangibile e caratterizzata da una proprietà chiamata massa,e la seconda attiva,invisibile e senza massa.Ma Einstein ha dimostrato che massa ed energia sono equivalenti:quella che si chiama comunemente massa non è che energia concentrata.In altre parole la materia è energia e l'energia è materia,e la distinzione fra le due è semplicemente quella di uno stato temporaneo.
Alla luce di questo vasto principio,molti misteri della natura si possono spiegare.Il curioso comportamento della materia e della radiazione che appare talvolta come un moto di particelle e talvolta invece come un moto ondulatorio si può meglio comprendere.Il doppio ruolo dell'elettrone come unità di materia e come unità di elettricità,l'elettrone-onda,il fotone,onde di materia,onde di probabilità,infine un universo di onde — tutto ciò appare ormai meno paradossale — perché tutti questi concetti descrivono semplicemente manifestazioni diverse della medesima realtà fondamentale,così che non ha alcun senso domandarsi che cosa l'uno o l'altro di essi sia «realmente».Materia ed energia si possono scambiare.Se la materia perde la sua massa e si propaga con la velocità della luce,noi la chiamiamo radiazione oppure energia.Inversamente se l'energia si congela e diviene inerte e noi possiamo constatare la sua massa,ciò vien da noi chiamato «materia».Fino a qualche anno fa la scienza poteva notare soltanto le effimere proprietà e relazioni di queste quantità quando giungevano alle percezioni dell'uomo legato alla terra.Ma dal 16 luglio 1945 l'uomo è riuscito a trasformare l'una nell'altra.Infatti in quella notte,ad Almagordo nel Nuovo Messico,l'uomo per la prima volta riuscì a trasmutare una certa quantità di materia in luce, calore,suono e moto;cioè in quanto noi chiamiamo comunemente «energia».

Ma il mistero fondamentale non è svelato.Tutto il cammino della scienza verso l'unificazione dei concetti — la riduzione di tutta la materia in elementi e poi in pochi tipi di particelle,la riduzione del concetto di «forza» a quello singolo di «energia» ed ancora la riduzione della materia ed energia ad una singola quantità fondamentale — resta ancor oggi avvolto nell'ignoto.Le molteplici domande si riassumono in una sola,alla quale forse non sarà mai data una risposta:qual è l'essenza di questa sostanza massa-energia,qual è la base fondamentale della realtà fisica che la scienza tenta di indagare?
Ecco che la relatività,come la teoria dei «quanti»,conduce l'intelletto dell'uomo ancor più lontano dall'universo newtoniano,saldamente fondato nello spazio e nel tempo,e funzionante come un grande,infallibile ed agile meccanismo.Le leggi del moto di Einstein,i suoi principi fondamentali della relatività di distanza,di tempo,e di massa;le sue deduzioni da questi principi comprendono quella che è conosciuta col nome di «teoria della relatività ristretta».

Nel decennio successivo alla pubblicazione di questo suo lavoro originale,egli ha ampliato il suo sistema scientifico e filosofico nella «teoria generale della relatività»,nella quale considera la forza misteriosa che regola il turbinio delle stelle,delle comete,delle meteore e delle galassie,e di tutti i sistemi in continuo moto,del ferro,della pietra, del vapore,della fiamma nell'immenso inperscrutabile vuoto.Newton chiamò questa forza:«gravitazione universale». Facendo leva sullo stesso concetto della gravitazione,Einstein ha elaborato una nuova spiegazione della vasta architettura e struttura dell'intero universo.
 

«Il non matematico,»dice Albert Einstein,«quando sente parlare di "cose a quattro dimensioni ",è afferrato da un brivido misterioso,da un senso non troppo dissimile da quello destato dalle idee dell'occultismo.Eppure non vi è una affermazione più comune di quella che il mondo nel quale viviamo è uno spazio-tempo continuo a quattro dimensioni».
Il non matematico potrà avere dubbi sull'impiego delle parole «affermazione comune» usate da Einstein in queste considerazioni.Eppure la difficoltà esiste più in esse che nelle idee.Una volta che il significato della parola «continuo» sia debitamente compreso,il quadro dell'universo einsteiniano come uno spazio-tempo continuo a quattro dimensioni — e questo è il punto di vista che sta alla base di tutte le moderne concezioni dell'universo — diventa del tutto chiaro.«Continuo» è naturalmente qualcosa che ha continuità.Ad esempio,un regolo per misurare la lunghezza è uno spazio continuo ad una dimensione.La maggior parte di questi regoli sono divisi in centimetri e frazioni.
Ma è anche possibile immaginare un regolo diviso per esempio in milionesimi di millimetro.In teoria non vi è alcuna ragione che gli intervalli non debbano essere anche più piccoli.La particolare caratteristica del continuo è che l'intervallo,separante due punti qualsiasi,possa venire diviso in un infinito numero di piccole divisioni arbitrarie.
Una rotaia della ferrovia è uno spazio continuo unidimensionale e su di esso il macchinista di un treno può individuare ad ogni momento la sua esatta posizione,dando una sola coordinata,per esempio:una stazione od una pietra miliare.Ciò non basta invece per un capitano di lungo corso,che in navigazione deve preoccuparsi di due dimensioni:la superficie del mare è un continuo a due dimensioni,e le coordinate a mezzo delle quali il capitano determina la sua posizione nel suo continuo bidimensionale si chiamano «latitudine e longitudine».L'aviatore pilota guida il suo aeroplano attraverso un continuo a tre dimensioni,quindi egli deve determinare non soltanto longitudine e latitudine,ma anche la sua altezza dal suolo.Il continuo dell'aviatore costituisce lo spazio come noi lo concepiamo;in altre parole lo spazio del nostro mondo è un continuo a tre dimensioni.
Per descrivere qualsiasi avvenimento fisico che implichi il moto,non è però sufficiente indicare la posizione nello spazio.È necessario altresì determinare come la posizione cambi nel tempo.Quindi,per dare una precisa indicazione del percorso dell'espresso New York-Chicago,si deve dire non soltanto che esso percorre il tragitto New York, Albany,Syracuse,Cleveland,Toledo,Chicago,ma anche i tempi in cui l'espresso passa da quelle stazioni.Questo si fa, come è noto,a mezzo di un orario o di un diagramma.

Se i chilometri fra New York e Chicago sono segnati sul diagramma in senso orizzontale su carta millimetrata e le ore ed i minuti in senso verticale,allora una linea diagonale convenientemente tracciata attraverso il diagramma indica il percorso del treno in uno spazio-tempo continuo bidimensionale.Questo tipo di rappresentazione grafica è familiare alla maggior parte dei lettori dei quotidiani.Una tabella di dati di borsa,per esempio, rappresenta gli avvenimenti finanziari in un continuo bidimensionale prezzi-tempo.Allo stesso modo il percorso di un aeroplano da New York a Los Angeles potrà esser bene dimostrato con un continuo spazio-tempo a quattro dimensioni.Il fatto che l'aereo si trova alla latitudine x,longitudine y ed altitudine z non significa nulla per il dirigente del traffico della linea aerea,se non è data anche la coordinata "tempo".

Quindi il tempo è proprio la quarta dimensione.

E se qualcuno desidera considerare il volo nel suo insieme come una realtà fisica,non può spezzarlo in una serie di partenze,di ascese,di discese ed atterraggi.Invece si deve immaginarlo come una curva continua in uno spazio-tempo continuo a quattro dimensioni.
Poiché il tempo è una quantità inafferrabile,non è possibile dare una rappresentazione o costruire un modello unico dello spazio-tempo continuo in quattro dimensioni.Ma può esser immaginato e rappresentato matematicamente.E per descrivere la meravigliosa grandezza dell'universo al di là del nostro sistema solare,al di là degli ammassi e nuvole di stelle della Via Lattea,al di là delle solitarie galassie esterne che splendono nello spazio vuoto,lo scienziato deve immaginarsi tutto questo insieme come un continuo a tre dimensioni nello spazio e una nel tempo. Noi abbiamo la tendenza a separare queste dimensioni;abbiamo una concezione dello spazio separata da quella del tempo.Ma la separazione è puramente soggettiva;come viene dimostrato dalla teoria della relatività ristretta,lo spazio ed il tempo separatamente sono quantità relative,che variano a seconda degli osservatori individuali.In qualsiasi obiettiva descrizione dell'universo come lo richiede la scienza,la dimensione tempo non può essere staccata dalla dimensione spazio,come la lunghezza non può esser staccata dalla larghezza e dallo spessore in una precisa rappresentazione di una casa,di un albero o di una stella del cinema.Secondo il grande matematico tedesco Hermann Minkowski,il quale ha sviluppato la matematica del continuo spazio-tempo come un modo conveniente per esprimere i principi della relatività,«spazio e tempo isolati l'uno dall'altro sono spariti come ombre evanescenti e soltanto una specie di combinazione dei due concetti conserva qualche realtà».
Però non si deve credere che il continuo spazio-tempo sia soltanto una costruzione matematica.Il mondo è uno spazio-tempo continuo;ogni realtà esiste tanto nello spazio quanto nel tempo e i due sono indivisibili.Tutte le misure di tempo sono in realtà misure nello spazio,ed inversamente le misure nello spazio dipendono dalle misure di tempo.Secondi,minuti,ore,giorni,settimane,mesi,stagioni,anni,sono misure della posizione della terra nello spazio rispetto al sole,alla luna,alle stelle.Similmente latitudine e longitudine,cioè le coordinate con le quali l'uomo definisce la sua posizione spaziale sulla terra,vengono misurate in minuti e secondi e per calcolarle con precisione e conoscere il tempo di un dato giorno e il giorno dell'anno. «Pietre miliari» come l'equatore,il tropico del Cancro o il circolo polare artico,non sono che meridiane le quali segnano il mutare delle stagioni;il primo meridiano è una coordinata del tempo quotidiano,ed il «mezzogiorno» null'altro è che un angolo orario del sole.
Ancor più,l'equivalenza fra spazio e tempo diventa veramente chiara soltanto contemplando le stelle.Fra le costellazioni più familiari,alcune sono «reali» in quanto le stelle che le compongono formano veri e propri sistemi gravitazionali,soggetti ad un moto comune ben determinato,altre non sono che una combinazione «apparente» di stelle indipendenti,un effetto di prospettiva dovuto alla posizione che quelle sembrano assumere in rapporto al nostro sguardo.Così per effetto di tali costellazioni ottiche si possono,per esempio,osservare due stelle vicine di uguale splendore ed affermare che esse si trovano nel firmamento una accanto all'altra mentre,in verità,una può essere distante da noi 40 anni-luce e l'altra 400 anni-luce.
È ovvio dunque che l'astronomo debba considerare l'universo come uno spazio-tempo continuo.Quando egli scruta il cielo attraverso il telescopio,non osserva solamente nella profondità dello spazio,ma anche indietro nel tempo.I suoi potenti apparecchi fotografici possono percepire lo scintillio di universi-isole lontani 500 milioni di anni-luce, deboli luci che iniziarono il loro viaggio ad un'epoca terrestre,in cui i primi vertebrati cominciavano a strisciare dai caldi mari paleozoici verso i giovani continenti della terra.Il suo spettroscopio gli dice ancora come questi enormi sistemi esterni si allontanino verso l'infinito,al di là della nostra propria galassia,a velocità incredibili le quali sorpassano i 50.000 km. al secondo;o più precisamente,essi si allontanavano da noi con quelle velocità 500 milioni di anni-luce fa.Dove essi siano «ora» o se pure esistano adesso,noi non lo possiamo dire.Dividendo il nostro quadro dell'universo in tre dimensioni soggettive di spazio e una di tempo locale,allora queste galassie esterne non hanno un'esistenza obiettiva,salvo che come deboli residui di un'antica luce che ha impressionato le nostre lastre fotografiche.Esse raggiungono la loro realtà fisica soltanto nell'appropriato sistema di riferimento,il quale non è altro che lo spazio-tempo continuo a quattro dimensioni.

L'uomo nella sua breve permanenza sulla terra ordina egocentricamente gli avvenimenti nella sua mente in accordo ai suoi sentimenti del passato,del presente e del futuro.Ma facendo eccezione per l'intimo della sua propria coscienza,l'universo,l'obiettivo mondo della realtà,non «avviene» ma semplicemente esiste.Solo un intelletto cosmico può affermarlo in tutta la sua grandiosa maestà.Ma può esser rappresentato simbolicamente da un matematico,come uno spazio-tempo continuo a quattro dimensioni.È necessario aver afferrato il principio dello spazio-tempo continuo per comprendere la teoria generale della relatività e quanto essa dice sulla gravitazione,la forza invisibile che tiene insieme l'universo determinando la sua forma e la sua grandezza.

APPENDICE

Nella fisica teorica si seguono spesso vie diverse per esprimere un dato concetto.La spiegazione del principio dell'aumento della massa inerziale svolta alle pagine 65-68 segue uno schema facile da comprendersi,simile a quelli che comunemente si trovano nei testi di fisica universitari.I lettori che abbiano qualche conoscenza matematica possono leggere lo sviluppo di questo principio,dato da Einstein,nel suo libro sulla Teoria della relatività ristretta e generale. Ne diamo qui la parte essenziale,riprodotta col permesso dell'editore Peter Smith.
«Il più importante risultato di carattere generale al quale ha condotto la teoria della relatività ristretta è quello che concerne il concetto di massa.Prima dell'arrivo della relatività,la fisica riconosceva due leggi di fondamentale importanza,cioè la legge della conservazione dell'energia e la legge della conservazione della massa;queste due leggi fondamentali sembravano del tutto indipendenti l'una dall'altra.Per mezzo della teoria della relatività si sono potute riunire in una sola legge...
«In accordo con la teoria della relatività l'energia cinetica di un punto materiale di massa m non è più data dalla ben nota espressione:


ma dall'altra:

 

«Con facili considerazioni si arriva alla seguente conclusione:un corpo che si muove con la velocità v,che assorbe un ammontare di energia Eo in forma di radiazione senza che la sua velocità in questo processo venga alterata,aumenta conseguentemente la sua energia della seguente quantità:


«Considerando l'espressione sopra scritta per la energia cinetica del corpo,l'energia richiesta dallo stesso risulta:


 

«Quindi il corpo ha la stessa energia di un corpo di massa

muoventesi con la velocità v.

Possiamo concludere:se un corpo assorbe un ammontare di energia Eo,allora la sua massa inerziale aumenta della quantità

l

La massa inerziale di un corpo non è costante,ma varia seguendo la variazione dell'energia nel corpo stesso. La massa inerziale di un sistema di corpi può anche essere ritenuta come misura della sua energia.La legge della conservazione di massa di un sistema si identifica con la legge della conservazione dell'energia...»

Per elaborare la teoria della relatività ristretta Einstein ha studiato il fenomeno del moto ed ha potuto dimostrare come in verità non esista nell'universo un punto fisso di riferimento,per mezzo del quale l'uomo possa determinare il moto «assoluto» della terra o di ogni altro sistema in moto.Il moto può esser rilevato solo come variazione di posizione rispetto ad un altro corpo.Noi sappiamo,ad esempio,che la terra gira attorno al sole alla velocità di 32 km. al secondo.Il variare delle stagioni dimostra questo fatto.Ma fino a quattrocento anni fa gli uomini pensavano che la posizione variabile del sole nel ciclo rivelasse il movimento del sole attorno alla terra,e con questo concetto gli antichi astronomi svilupparono un complicato sistema di meccanica celeste,che permetteva loro di predire tutti i maggiori fenomeni celesti.La loro ipotesi era naturale,poiché noi non possiamo percepire il nostro moto attraverso lo spazio;inoltre nessun esperimento fisico ha mai provato che la terra si muove.(Si deve però ricordare che le osservazioni astronomiche dell'aberrazione e della parallasse delle stelle fisse provano il moto della terra attorno al sole,mentre l'esperienza del pendolo di Foucault prova il moto di rotazione della terra attorno al suo asse).Mentre tutti gli altri pianeti,stelle,galassie e sistemi in moto nell'universo,cambiano incessantemente posizione,i loro moti sono osservabili solo l'uno in relazione con l'altro.Se tutti gli oggetti dell'universo fossero rimossi eccetto uno, nessuno potrebbe dire se questo unico oggetto residuo sia in quiete od in corsa attraverso lo spazio vuoto alla velocità di 150.000 km. al secondo.Il moto è uno stato relativo,a meno che esista qualche sistema di riferimento al quale esso si possa collegare:è senza significato parlare del moto di un singolo corpo.
Poco tempo dopo la pubblicazione della teoria della relatività ristretta,Einstein cominciò a pensare se non vi fosse veramente un genere di moto il quale si possa considerare «assoluto»,deducendolo dall'effetto fisico che esso esercita sullo stesso sistema in moto,senza la necessità di riferirsi ad alcun altro sistema.Per esempio un osservatore in un treno,che marci senza scosse,è incapace di rilevare con esperimenti eseguiti nell'interno del treno,se egli è in moto o in quiete.Ma se il macchinista aziona improvvisamente il freno o apre lo scappamento a vapore,egli avrà la sensazione,dalla scossa che ne risulta,del cambiamento della sua velocità.Così pure se il treno entra in una curva,egli percepirà,dalla spinta verso l'esterno del suo corpo il quale oppone resistenza al cambio di direzione,che il cammino del treno ha subito in qualche modo una variazione.Quindi,ragionò Einstein,se un solo oggetto esistesse in tutto l'universo — la terra,per esempio — e d'un tratto esso cominciasse a girare con moto irregolare,i suoi abitanti si accorgerebbero in modo poco piacevole del loro moto.Questo fatto ci suggerisce che il moto non uniforme,come quello prodotto dalle forze e dalle accelerazioni,può esser considerato come «assoluto».Ci da altresì l'idea che lo spazio vuoto possa servire come sistema di riferimento entro il quale sia possibile distinguere il moto assoluto.
Per Einstein,il quale manteneva la sua convinzione che lo spazio non fosse nulla e il moto fosse relativo, l'apparente carattere unico del moto non uniforme era molto sconcertante.Nella teoria della relatività ristretta egli aveva premesso il semplice asserto che le leggi della natura sono le stesse per tutti i sistemi muoventisi di moto uniforme l'uno rispetto all'altro.Sempre convinto della armonia universale della natura,si rifiutava di credere che ogni sistema in uno stato di moto non uniforme dovesse essere un sistema distinto dagli altri,nel quale le leggi della natura sono diverse.Perciò a fondamentale premessa della sua teoria generale della relatività,enunciava il principio:«le leggi della natura sono uguali per tutti i sistemi senza riguardo al loro stato di moto».Nello sviluppare questa tesi egli venne a scoprire nuove leggi per la gravitazione,le quali rivoluzionarono la maggior parte dei concetti che per trecento anni la mente umana si era formata dell'universo.
Il trampolino di Einstein fu la legge di inerzia di Newton,(Il principio d'inerzia fu chiaramente intuito da Leonardo da Vinci(codice sul volo degli uccelli)e formulato da Galileo Galilei nel Dialogo sopra i due Massimi Sistemi del Mondo), la quale,come è noto ad ogni studente di scuola media,afferma che ogni corpo continua nel suo stato di quiete o di moto uniforme in linea retta,a meno che esso non sia costretto ad alterare questo stato da forze che gli vengono trasmesse.È proprio l'inerzia quella che provoca le nostre sensazioni,quando un treno rallenta od accelera subitaneamente od entra in una curva.Per il nostro corpo è necessario continuare il moto uniforme in linea retta,e quando il treno imprime una forza opposta su di noi,la proprietà chiamata «inerzia» tende ad opporsi a tale forza.È sempre l'inerzia che fa sbuffare la locomotiva e contrasta l'accelerazione di un lungo treno merci.
Questi fatti conducono ad un'altra considerazione.Se i carri ferroviari sono carichi di merce,la locomotiva si sforza di più e consumerà quindi più carbone che se i carri fossero vuoti.Perciò Newton alla legge d'inerzia ne aggiunse una seconda enunciando che l'ammontare di forza necessaria ad accelerare un corpo dipende dalla sua massa;inoltre che se la stessa forza viene applicata a due corpi di massa diversa,maggiore accelerazione si avrà nel corpo di massa minore e viceversa per quello di massa maggiore.L'esistenza di questo principio è provata in tutta la serie delle quotidiane esperienze umane,dallo spingere una carrozzina da bambino,allo sparo di un cannone.Generalizza semplicemente il fatto ovvio che si può lanciare una palla da tennis più lontano e più veloce di quanto si possa fare con una palla da cannone.
Esiste però una speciale circostanza nella quale sembra non vi sia nulla in comune fra l'accelerazione di un corpo in movimento e la sua massa.Una palla da tennis ed una da cannone raggiungono esattamente lo stesso valore di accelerazione quando «cadono».Galileo scoprì per primo questo fenomeno provando con l'esperienza che, trascurando la resistenza dell'aria,tutti i corpi cadono con la stessa velocità,senza riguardo alle loro dimensioni o composizione.Una palla da tennis ed un fazzoletto cadono a velocità diverse,solo perché il fazzoletto offre una maggiore superficie alla resistenza dell'aria.Ma oggetti di forma paragonabile,come una palla di marmo,una di gomma,ed una da cannone,cadono con la stessa velocità.Nel vuoto il fazzoletto e la palla da cannone cadrebbero insieme l'uno accanto all'altra.Questo fenomeno sembra violare la legge d'inerzia di Newton.Infatti se tutti gli oggetti cadono in senso verticale,senza riguardo alla loro grandezza o massa,come mai quando questi stessi oggetti sono proiettati orizzontalmente da una forza uguale,si muovono a velocità che dipende precisamente dalla loro massa?Sembrerebbe che il fattore dell'inerzia agisca soltanto in un piano orizzontale.
La soluzione di questo dubbio è data da Newton nella sua legge di gravita,la quale enuncia semplicemente come la forza misteriosa,mediante la quale un corpo materiale ne attira un altro,cresce con la massa dell'oggetto che esso attira.Quanto maggiore è la massa,tanto più forte è l'azione della gravita.Se un oggetto è piccolo la sua inerzia,o tendenza a resistere al moto,è piccola,ma la forza esercitata su di esso dalla gravita è anch'essa piccola.Se un oggetto è grande la sua inerzia è grande,ma la forza che la gravita esercita su di esso è anch'essa grande.Quindi la gravita agisce proprio con la forza esattamente necessaria per vincere l'inerzia di un oggetto.Ecco perché tutti gli oggetti cadono alla stessa velocità senza riguardo alla loro massa inerziale.
Questa notevole coincidenza — il perfetto equilibrio fra gravita ed inerzia — fu accettata come atto di fede,ma non fu mai né compresa,né spiegata per tre secoli dopo Newton.Dai concetti newtoniani sono nate tutta la meccanica e la ingegneria moderna,ed i cicli sembrano governati in accordo con le sue leggi.Le scoperte di Einstein hanno la loro origine da una pregiudiziale sfiducia nel dogma e dal suo dissenso da molte ipotesi di Newton.Egli mise in dubbio che l'equilibrio fra gravita ed inerzia fosse solo una coincidenza della natura.E respinse pure l'idea della gravita come forza che possa esser esercitata istantaneamente,attraverso grandi distanze.L'idea che la terra possa agire lontano nello spazio ed attrarre un oggetto verso di sé,con una forza miracolosa ed invariabile eguale alla resistenza d'inerzia di questo oggetto,apparve ad Einstein molto improbabile.Da questi suoi dubbi egli ha ricavato una nuova teoria della gravita,la quale,come l'esperienza dimostra,presenta un più accurato quadro della natura di quello offertoci dalle classiche leggi di Newton.

Einstein con il suo consueto modo di ragionare creativo si è costruito la scena con una situazione immaginaria.I particolari,certo,sono stati senza dubbio intravisti anche da molti altri sognatori in sonni agitati o in momenti di insonnia.Egli ha immaginato un altissimo edificio e dentro di esso un ascensore al quale si siano rotti i cavi di sostegno e cada liberamente.Entro l'ascensore un gruppo di fisici,non turbati dal pensiero che la caduta possa finire in un disastro,compiono degli esperimenti.Essi tirano fuori dalle loro tasche alcuni oggetti:una penna stilografica, una moneta,un mazzo di chiavi e li lasciano cadere aprendo le mani.Ma nulla avviene.La penna,la moneta e le chiavi sembrano agli uomini chiusi nell'ascensore come sospese nell'aria,perché tutti questi oggetti cadono assieme all'ascensore ed agli uomini proprio alla stessa velocità,in accordo con la legge di Galileo.Ma poiché gli uomini nell'ascensore non sanno quello che è accaduto,essi possono spiegare lo strano fatto con diverse ipotesi.Così possono credere di essere stati trasportati per effetto di forze magiche al di fuori del campo gravitazionale terrestre,e di trovarsi sospesi nello spazio vuoto.I fisici hanno buone ragioni per credere ciò;se uno di essi proverà a fare un salto nell'ascensore salirà dolcemente verso il soffitto con una velocità proporzionale alla vigoria del suo salto.Muovendo la sua penna o le sue chiavi in una direzione qualsiasi,questi oggetti continueranno a spostarsi di moto uniforme in quella direzione fino a che non urteranno la parete dell'ascensore.Tutto apparentemente obbedisce alla legge di inerzia,o continua nel suo stato di quiete,o di moto uniforme in linea retta.L'ascensore è diventato in qualche modo un sistema inerziale,e in nessun modo gli uomini all'interno potranno riconoscere se essi cadono in un campo gravitazionale o se fluttuano semplicemente in uno spazio vuoto,liberato da tutte le forze esterne.Einstein cambia ora la scena.I fisici si trovano ancora nell'ascensore,ma questa volta si trovano veramente nello spazio vuoto,molto lontani dalla forza di attrazione di ogni corpo celeste.Un cavo è attaccato al tetto dell'ascensore.Una forza soprannaturale comincia a tirare il cavo;l'ascensore si sposta verso l'alto con accelerazione costante via via sempre più veloce.Di nuovo le persone nell'ascensore non hanno alcuna idea del punto dove si trovano,ed effettuano degli esperimenti per determinare la loro posizione.Questa volta si accorgono che i loro piedi posano solidamente sul pavimento.Se essi provano a saltare non salgono verso il soffitto,perché il pavimento li segue.Se abbandonano alcuni oggetti,questi sembrano cadere.Se li lanciano in direzione orizzontale essi non si muovono uniformemente in linea retta,ma descriveranno una curva parabolica rispetto al pavimento.Gli scienziati dunque,i quali non hanno la minima idea che il loro veicolo senza finestre sale ora attraverso lo spazio interstellare, concludono di trovarsi in circostanze comuni,in una stanza in quiete,rigidamente attaccati alla terra e soggetti in misura normale alla forza di gravita.In nessun modo essi possono dire se sono immobili in un campo gravitazionale o salgono con accelerazione costante attraverso gli spazi interplanetari dove non esistono forze gravitazionali.Lo stesso dilemma si presenterebbe a loro se il luogo dove si trovano fosse attaccato al bordo di un'enorme giostra ruotante in qualche punto dello spazio.Essi percepirebbero una strana forza che cerca di trascinarli fuori dal centro della giostra,un pedante osservatore dall'esterno potrebbe identificare subito questa forza come inerzia (o, come si dice nel caso di oggetti ruotanti,«forza centrifuga»).Ma le persone dentro l'ascensore,le quali,come al solito, ignorano la loro strana condizione,attribuiranno tale forza alla gravita.Se, infatti,nell'interno del loro ambiente non vi è alcun oggetto,nulla potrà indicare loro qual è il pavimento e quale il soffitto,eccezion fatta per la forza che li trascina verso una delle sue superfici interne.Quello che un osservatore all'esterno potrà chiamare la «parete esterna» della stanza girevole,diventerà il «pavimento» della stessa per le persone all'interno.Un momento di riflessione ci fa palese come non esista né «su» né «giù» nello spazio vuoto.Quanto sulla terra chiamiamo «giù» è semplicemente la direzione della gravita.Ad una persona sul sole gli Australiani,gli Africani e gli Argentini appariranno con la testa all'ingiù nell'emisfero sud.Parimente il volo dell'ammiraglio Byrd sopra il Polo Sud era una finzione geometrica;di fatto egli volò arrovesciato sotto al polo.E così le persone,dentro il locale della giostra, troveranno che tutti i loro esperimenti arrivano a risultati esattamente uguali a quelli eseguiti quando la loro stanza era lanciata «verso l'alto» attraverso lo spazio.I loro piedi sono posati saldamente sul pavimento,gli oggetti solidi cadono.E una volta di più essi attribuiscono questi fenomeni alla forza di gravita e credono di trovarsi in quiete in un campo gravitazionale.
Da queste fantasiose immagini Einstein dedusse una conclusione di grande importanza teorica.Dai fisici è conosciuta come il «principio di equivalenza della gravità e dell'inerzia».Afferma semplicemente che non esiste alcun modo per distinguere il moto prodotto da forze inerziali (accelerazione, rinculo, forza centrifuga, ecc.),da quello prodotto dalla forza di gravita.La validità di questo principio è evidente per gli aviatori;in un aeroplano è impossibile separare gli effetti di inerzia da quelli della gravità.La sensazione fisica di uscire da una picchiata è esattamente la stessa di quella prodotta dall'eseguire una secca virata a grande velocità.In ambedue i casi si manifesta il fattore conosciuto dall'aviatore come «peso G» (carico gravitazionale),col sangue che sembra uscir fuori dalla testa ed il corpo attratto con violenza verso il sedile.Per il pilota,il quale esegue il «volo cieco» e senza strumenti,la identica natura di questi effetti può produrre conseguenze molto serie e alle volte anche fatali.
In questo principio,il quale contiene la chiave di volta della relatività generale,Einstein ha trovato una risposta all'enigma della gravita ed al problema del moto «assoluto».Ha dimostrato che non vi è nulla di unico e di «assoluto»,se ben si considera,nel moto non uniforme;poiché gli effetti del moto non uniforme,i quali si suppone rivelino lo stato di moto di un corpo,anche se esso esiste da solo nello spazio,non si possono discriminare dagli effetti della gravita.Nel caso,per esempio,della giostra,quello che un osservatore identifica come l'effetto della inerzia o della forza centrifuga e quindi come effetto del moto,un altro osservatore lo potrà identificare come la familiare attrazione della gravita.Ogni altro effetto inerziale,prodotto da un cambiamento di velocità o di direzione, può esser ascritto altrettanto bene ad una variazione o fluttuazione del campo gravitazionale.Il principio fondamentale della relatività resta incrollabile:il moto,sia uniforme sia non uniforme,può esser giudicato soltanto con riferimento a qualche sistema;il moto assoluto non esiste.

La gravita può dirsi la spada con la quale Einstein ha ucciso il drago del moto assoluto.Ma che cosa è la gravità?La gravità di Einstein è cosa del tutto diversa dalla gravità di Newton.Non è una «forza».L'idea che i corpi materiali possano «attrarsi» vicendevolmente è,secondo Einstein,una illusione nata e cresciuta da un concetto meccanico della natura del tutto sbagliato.Fino a tanto che si concepisce l'universo come una grande macchina,è naturale pensare che le sue varie parti possano esercitare una forza reciproca.Ma quanto più profondamente la scienza si porta verso la realtà,tanto più chiaramente viene dimostrato che l'universo non si può in alcun modo identificare con una macchina.La legge di gravità di Einstein nulla contiene che si riferisca alla forza.Essa descrive il modo di comportarsi degli oggetti in un campo gravitazionale — i pianeti,per esempio — non in termini di «attrazione» ma solo in rapporto alle orbite seguite.

Per Einstein la gravità è semplicemente parte dell'inerzia;i movimenti dei pianeti e delle stelle provengono dalla loro inerzia inerente;il corso da essi seguito è determinato dalle proprietà metriche dello spazio o,più propriamente detto,dalle proprietà metriche del continuo spazio-tempo.
Sebbene questo concetto sembri molto astratto ed anche paradossale,diventa del tutto chiaro quando si accantoni la teoria che i corpi materiali possano esercitare una reciproca forza fisica attraverso milioni di chilometri di spazio vuoto.Questo concetto dell'«astrazione a distanza» ha messo in imbarazzo,gli scienziati fino dal tempo di Newton. Esso suscita una particolare difficoltà,per esempio,nel comprendere i fenomeni elettrici e magnetici.Oggi gli scienziati non affermano più che un magnete «attira» un pezzo di ferro per mezzo di una istantanea azione misteriosa a distanza.Essi dicono,piuttosto,che il magnete crea una determinata condizione fisica nello spazio attorno ad esso,quello che si chiama un «campo magnetico».Questo agisce sul ferro e produce il fenomeno che si può prevedere.Ogni studente dei primi corsi scientifici sa come si presenta un campo magnetico,perché esso può esser reso visibile col semplice esperimento della limatura di ferro sparsa su di un cartoncino tenuto sopra il magnete.Un campo magnetico e un campo elettrico sono realtà fisiche.Essi hanno una struttura ben definita e questa è rappresentata dalle equazioni di campo di James Clerk Maxwell,le quali hanno aperto la via a tutte le scoperte dell'ingegneria elettrotecnica e radiotecnica del secolo passato.Un campo gravitazionale è una realtà fisica quanto un campo elettromagnetico e la sua struttura è definita dalle equazioni di campo di Albert Einstein.



Maxwell e Faraday enunciarono che un magnete crea certe proprietà nello spazio circostante;Einstein,da parte sua,è giunto alla conclusione che stelle,satelliti ed altri oggetti celesti determinano singolarmente le proprietà dello spazio attorno a sé.Proprio come il movimento di un pezzo di ferro in un campo magnetico è guidato dalla struttura di questo campo,così il cammino di ogni corpo in un campo gravitazionale è determinato dalla geometria del campo stesso.La differenza fra le idee di Newton e quelle di Einstein sulla gravità è stata talvolta illustrata dall'esempio di un bambino,che gioca con delle palline di marmo in un cortile.Il terreno è assai disuguale e pieno di buche e mucchi di terra.Un osservatore alla finestra del decimo piano di una casa guardando all'ingiù non potrebbe distinguere le irregolarità del terreno.Osservando che le palline sembrano evitare certe parti del terreno,spostandosi invece verso altri punti,potrebbe credere che una « forza » agisca in modo da respingere le palline da quei punti,mentre vengono attratte verso certi altri.Un secondo osservatore che si trovi nel cortile percepirebbe che il corso delle palline è semplicemente soggetto alle irregolarità del terreno,cioè alla curvatura del campo.In questo esempio Newton è l'osservatore del decimo piano,il quale immagina l'azione di una «forza»,e Einstein è l'osservatore sul terreno,il quale non ha nessuna ragione per fare una tale ipotesi.Le leggi della gravità di Einstein,quindi,descrivono semplicemente le proprietà del campo nel continuo spazio-tempo.Specificamente un gruppo di queste leggi stabilisce la relazione fra la massa del corpo gravitante e la struttura del campo attorno ad esso;queste vengono chiamate «leggi di struttura».Un secondo gruppo analizza,il percorso descritto dai corpi in movimento nei campi gravitazionali:sono le «leggi del moto».
Non si deve pensare che la teoria della gravita di Einstein sia solo uno schema formale matematico.Invero essa è basata su ipotesi di un profondo significato cosmico.La più importante di queste ipotesi è che l'universo non è un edificio rigido ed immutabile nel quale è situata la materia indipendente in uno spazio e tempo indipendenti;esso al contrario è un continuo amorfo senza una determinata architettura,plastico e variabile,continuamente soggetto a cambiamenti e distorsioni.Ovunque vi è materia e moto,il continuo è perturbato;come un pesce che nuota nel mare agita l'acqua intorno a sé,così una stella,una cometa,o una galassia altera la geometria dello spazio-tempo in cui si muove.
Applicate ai problemi astronomici le leggi di gravita di Einstein danno risultati simili a quelli scoperti da Newton.Se i risultati si corrispondessero in ogni caso,gli scienziati potrebbero contentarsi di conservare i concetti familiari della legge di Newton,ed eliminare la teoria di Einstein come una incomprensibile,originale fantasia.Ma parecchi strani, nuovi fenomeni sono venuti alla luce,ed almeno un antico problema ha trovato la soluzione,unicamente sulla base della relatività generale.Tale problema era quello dello strano comportamento del pianeta Mercurio.Invece di percorrere la sua orbita ellittica con la regolarità degli altri pianeti,Mercurio devia ogni anno dal suo corso di una piccola quantità,ma sconcertante;gli astronomi hanno discusso a lungo per scoprire la ragione di tale perturbazione, ma non hanno trovato nessuna soluzione.



La rotazione dell'orbita ellittica di Mercurio,grandemente esagerata.In verità l'ellisse avanza solo di 43 secondi di arco per secolo.Fonte:http://www.italysoft.com/curios/einstein/index.php