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Lo spettro elettromagnetico
mostra la stretta banda di radiazione visibile dall'occhio umano.Secondo i fisici la sola differenza fra le onde-radio,la luce
visibile e le specie di radiazioni ad alta frequenza come i ragpi X
e i raggi gamma, consiste nella variazione della loro lunghezza
d'onda.Ma al di fuori di questa vasta scala di radiazioni
elettromagnetiche,la quale si estende dai raggi cosmici,con
lunghezze d'onda di solo un trilionesimo di centimetro, sino alle
radio-onde infinitamente lunghe,l'occhio umano percepisce solo la
stretta banda segnata:in bianco nella figura.Le percezioni che
l'uomo può avere dell'universo sono cosi ridotte dalle limitazioni
del suo senso visivo.Le lunghezze d'onda sono indicate sulla figura
con potenze di dieci,cioè 10-3 cm. significa 10x10x10 = 1.000; e
10-3 significa 1/10x1/10x 1/10 = 1/1.000.
Avendo constatato che la
nostra conoscenza dell'universo è semplicemente un residuo di
impressioni oscurato dalla imperfezione dei nostri sensi,ci
rendiamo conto di quanto sia senza speranza la ricerca della realtà.Se nulla esiste, salvo quanto si può percepire,il mondo dovrebbe
necessariamente dissolversi in un'anarchia di percezioni
individuali. Ma un ordine strano regola le nostre percezioni,come
se veramente vi fosse un substrato di realtà obiettiva che i nostri
sensi possono mettere insieme.Anche se nessuno di noi può sapere se
la sua sensazione del colore rosso o di un dato tono sia la stessa
di quella di un'altra persona,possiamo però agire presumendo che
ognuno veda i colori e oda i suoni più o meno allo stesso modo.
Berkeley,Cartesio e Spinoza hanno attribuito a Dio questa armonia funzionale della
natura.I fisici moderni,i quali preferiscono risolvere i loro
problemi senza ricorrere a Dio - sebbene ciò appaia sempre più
difficile opinano che la natura agisca misteriosamente sulla base di
principi matematici.È la ortodossia matematica dell'universo che
rende possibile ai teorici come Einstein di predire e di scoprire
leggi naturali semplicemente risolvendo sistemi di equazioni.Ma il
paradosso della fisica oggi sta in ciò:che,malgrado tutti i
progressi fatti nelle scienze matematiche, l'abisso fra l'uomo
osservatore e il mondo obiettivo della descrizione scientifica si fa
sempre piu profondo.
Non è forse senza ragione
che in termini di grandezza l'uomo stia proprio in mezzo fra il
macrocosmo e il microcosmo.In parole povere ciò significa che una
stella rossa supergigante,cioè il maggior oggetto naturale che si
conosca nell'universo,è tanto più grande dell'uomo quanto l'elettrone
(la piu piccola delle entità fisiche) è piu piccolo. Non ci dobbiamo
quindi meravigliare se i primordiali misteri della natura risiedano
nei regni lontanissimi dall'uomo, prigioniero dei suoi sensi
limitati e neppure che la scienza,incapace di descrivere l'essenza
della realtà con le semplici metafore della fisica classica,possa
esser soddisfatta solo da ciò che può essere rivelato dalle
concezioni matematiche.
Capitolo
III
La scienza si spostò per la
prima volta dal campo della spiegazione meccanica verso quello
dell'astrazione matematica nel 1900,quando Max Planck
espose la sua teoria dei « quanti » per cercar di spiegare alcuni
problemi suscitati dallo studio della radiazione.È ben noto come i
corpi riscaldati,diventando incandescenti,emettano un rosso
bagliore il quale volge poi all'arancione,al giallo e per ultimo
alla luce bianca,man mano che aumenta la temperatura. Incessanti
sforzi furono fatti nel secolo scorso allo scopo di formulare una
legge la quale potesse stabilire come l'ammontare delle radiazioni
emesse da talicorpi riscaldati variasse secondo la lunghezza d'onda
e la temperatura. Tutti i tentativi fallirono fino a quando
Planck trovò,con metodi matematici,una equazione che corrispondeva ai risultati
della esperienza.La caratteristica straordinaria della sua
equazione era quella di esser basata sull'ipotesi che l'energia
radiante viene emessa non con un flusso continuo,ma per mezzo di
particelle discontinue da lui chiamate « quanti ».
Planck non
aveva alcuna prova per tale ipotesi,perché nessuno allora era a
conoscenza del vero processo meccanico della radiazione,né lo è
ora.Ma su basi puramente teoriche egli concluse che ogni « quanto »
emette una quantità di energia data dall'equazione E=hv, dove v
indica la frequenza della radiazione ed h è la cosi detta costante
di
Planck, un
piccolissimo numero (circa 0,000000000000000000000000006624),il
quale,come è stato provato in seguito, rappresenta una delle
costanti fondamentali della natura.In ogni processo di radiazione l'ammontare dell'energia emessa,divisa per la frequenza,è sempre
uguale ad h.Sebbene la costante di Planck abbia
dominato i calcoli dei fisici atomici già da un mezzo secolo,la sua
grandezza non può essere spiegata,come non lo è la grandezza della
velocità della luce.Come per altre costanti universali è un
semplice fatto matematico per il quale non esiste spiegazione.Sir
Arthur Eddington osservava che ogni vera legge di natura può
sembrare irrazionale all'uomo razionale,perciò il principio dei «
quanti » di
Planck,egli
pensava,è una fra le poche leggi naturali rivelate dalla scienza.
Il vasto campo aperto
dalla teoria di
Planck non
emerse nella sua piena luce che nel 1905,quando Einstein,forse
unico fra i fisici moderni,ne apprezzò il pieno significato,trasportando la teoria dei « quanti » in un nuovo dominio. Planck
credeva di aver messo insieme alla meglio le equazioni della
radiazione.Einstein formulò l'idea che tutte le forme di energia
radiante - luce,calore,raggi X si trasmettessero attraverso lo
spazio in «quanti» separati e discontinui.Cosi,per esempio,la
sensazione di calore che noi proviamo davanti al caminetto acceso è
il risultato di un bombardamento sulla la nostra pelle di
innumerevoli « quanti » di energia radiante.Similmente sensazioni
di colore provengono dal bombardamento di « quanti » luminosi sui
nostri nervi ottici i quali differiscono l'uno dall'altro
esattamente di quanto varia la frequenza nell'equazione E=hv.
Einstein completò quest'idea,enunciando una
legge,la quale definisce con precisione un misterioso fenomeno
conosciuto col nome di « effetto fotoelettrico ».I fisici non
potevano spiegare il fatto sperimentale che una lastra di metallo,colpita da un raggio di pura luce violetta,emettesse uno sciame di
elettroni.Se luce di piu bassa frequenza, per esempio gialla o
rossa,cade sulla lastra,gli elettroni vengono ancora emessi,ma a
velocità ridotte.La forza con la quale gli elettroni sono strappati
dal metallo dipende quindi unicamente dal colore della luce e non
dalla sua intensità.Se la sorgente di luce
L'effetto fotoelettrico
è stato spiegato da Einstein nel 1905.Quando la luce cade su di una
lastra di metallo, questa emette uno sciame di elettroni.Questo
fenomeno non può essere spiegato dalla classica teoria ondulatoria
della luce.Einstein ha fatto l'ipotesi che la luce non sia un
continuo flusso di energia ma debba essere composta di particelle
individuali o pacchetti di energia che egli ha chiamato fotoni.Quando un fotone urta un elettrone,l'azione che ne risulta è
analoga all'urto di palle da biliardo,come si vede nello schema
semplificato della figura.
viene allontanata considerevolmente ed
indebolita,gli elettroni vengono emessi in numero minore,mentre
non diminuisce la loro velocità.L'azione è istantanea anche quando
la luce diventa impercettibile.
Einstein concluse che questi strani effetti
potevano essere spiegati solo supponendo che tutta la luce fosse
composta di particelle individuali o grani di energia da lui
chiamati « fotoni »;e quando uno di essi colpisce un elettrone il
risultato è paragonabile all'urto di due palle da biliardo.Inoltre
egli doveva ammettere che i fotoni di radiazione violetta od
ultravioletta o di altre forme di alta frequenza sono dotati di
maggior energia che non i fotoni infrarossi o rossi,e che la
velocità con la quale ogni elettrone sfugge dalla lastra di metallo
è proporzionale al contenuto di energia del fotone che lo colpisce.Egli enunciò questi principi in una serie di storiche equazioni le
quali gli procurarono il premio Nobel,ed in seguito ebbero grande
influenza sulla fisica dei « quanti » e sulla spettroscopia. La
televisione e le altre applicazioni della cellula fotoelettrica
devono la loro esistenza alla « legge fotoelettrica » di Einstein.
Conquistato cosi un tale nuovo ed importante principio fisico,Einstein scopri allo stesso tempo uno dei più profondi ed
inquietanti enigmi della natura.Non esistono più dubbi sul fatto
che tutta la materia è formata di atomi,i quali a loro volta sono
composti di ancor più minuscoli corpuscoli chiamati elettroni,neutroni e protoni.Ma il concetto di Einstein,secondo cui anche la
luce può esser costituita da corpuscoli discontinui,contrastava con
una teoria molto venerabile:che,cioè,la luce sia fatta di onde.
Vi sono certamente alcuni fenomeni concernenti la
luce che possono venire spiegati solo dalla teoria ondulatoria.Per
esempio le ombre degli oggetti comuni:edifici,alberi,pali
telegrafici ecc.appaiono ben definite,ma quando un filo
sottilissimo od un capello è interposto fra una sorgente di luce ed
uno schermo non dà affatto un'ombra definita, suggerendo che i raggi
luminosi si piegano davanti all'ostacolo proprio come le onde del
mare attorno ad una piccola roccia.Similmente un raggio di luce che
attraversa un'apertura rotonda,proietta un disco ben definito sullo
schermo; ma se l'apertura è ridotta alla dimensione di uno spillo,il disco si frange in tanti anelli concentrici alternativamente
chiari ed oscuri,simili a quelli di un comune bersaglio.Questo
fenomeno,conosciuto col nome di « diffrazione »,si può paragonare
al comportamento delle onde dell'oceano che si piegano e divergono
passando attraverso la stretta apertura di un porto.Se invece del
foro di uno spillo si usano due fori simili,uno accanto all'altro,la figura di diffrazione assume l'aspetto di una serie di strisce
parallele.Come due sistemi d'onda che si incontrano in uno specchio
d'acqua si rinforzano a vicenda quando il colmo dell'onda coincide
con il colmo dell'altra e si annullano a vicenda quando il colmo di
un'onda incontra la parte più bassa di un'altra, cosi nel caso dei
fori adiacenti le strisce luminose si formano quando due onde
luminose si rinforzano a vicenda e le strisce oscure dove due onde
interferiscono.Questi fenomeni - diffrazione ed interferenza - sono
veramente caratteristici delle onde e non si presenterebbero se la
luce fosse composta di corpuscoli individuali.
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Due secoli e più di
esperienze e di teoria sostengono che la luce « deve »
consistere di onde.Ma d'altra parte la legge fotoelettrica
di Einstein afferma che la luce « deve » essere formata da
fotoni.Questo fondamentale quesito - onde luminose o
corpuscoli - non è ancora risolto. Il duplice carattere
della luce è,in ogni modo,solo un aspetto di un più
profondo e più importante dualismo che si trova dominante
nei fenomeni naturali.
Il primo accenno a
questo strano dualismo si ebbe nel 1925,quando un giovane
fisico francese,Louis de Broglie,per primo lanciò l'idea
che i fenomeni i quali si svolgono fra materia e radiazione
possano esser meglio compresi considerando gli elettroni non
come corpuscoli individuali,ma piuttosto come un sistema di
onde.Questo audace concetto sfidava due decadi di ricerche
sui « quanti »,durante i quali i fisici avevano accumulato
idee alquanto specifiche sulle particelle elementari della
materia.L'atomo era rappresentato come una specie di
sistema solare in miniatura composto di un nucleo centrale
circondato da un numero variabile di elettroni(1 per
l'idrogeno,92 per l'uranio)ruotanti in orbite ellittiche o
circolari attorno allo stesso nucleo.L'elettrone era meno
appariscente.Le esperienze dimostrarono come tutti gli
elettroni abbiano esattamente la stessa massa e la stessa
carica elettrica, perciò era naturale considerarli come gli
ultimi costituenti fondamentali dell'universo.Sembrava
anche logico,a prima vista,rappresentarli semplicemente
come solide sfere elastiche.Ma,poco per volta,man mano
che l'investigazione progrediva,essi si presentavano più
capricciosi eludendo l'osservazione e la misura.Sotto molti
aspetti il loro comportamento appariva troppo complesso per
una particella elementare della materia.« La sfera solida
», affermava il fisico ed astronomo inglese Sir James Jeans,« ha sempre una posizione ben definita nello spazio; mentre
l'elettrone,apparentemente,non l'ha.Una sfera solida
occupa un certo spazio;parlando di un elettrone non ha
probabilmente alcun significato discutere quanto spazio esso
occupi,come non ha significato discutere quanto spazio
occupi la paura,l'angoscia o l'incertezza ».
De Broglie aveva
appena lanciato la sua ipotesi sulle onde della materia,quando un fisico viennese,Schrödinger, enunciò la stessa
idea in forma matematica coerente,sviluppando un sistema
che spiegava il fenomeno dei « quanti »,con l'attribuire
funzioni ondulatorie specifiche ai protoni ed agli
elettroni.Questo sistema,conosciuto col nome di «
meccanica ondulatoria »,veniva confermato nel 1927 quando
due scienziati americani,Davisson e Germer,provarono
sperimentalmente che gli elettroni presentano veramente
caratteristici fenomeni ondulatori.Essi diressero un fascio
di elettroni su di un cristallo di metalli ottenendo figure
di diffrazione analoghe a quelle prodotte dalla luce che
passa attraverso ad un foro di spillo.
Un cristallo,a causa dell'ordinamento preciso degli
atomi che lo compongono e la vicinanza degli spazi
interposti,serve come un reticolo di diffrazione per
cortissime lunghezze d'onda,come per es. quelle dei raggi
X.
Le loro misure provarono anche come la lunghezza d'onda di
un elettrone è dell'esatta grandezza predetta dall'equazione
di de Broglie y=h/mv dove v è la velocità
dell'elettrone,m la sua massa e h la costante
di Planck. Emersero ancora altre sorprese.Esperimenti
successivi dimostrarono che non solamente gli elettroni ma interi atomi ed
anche molecole producono figure di diffrazione,quando
colpiscono la superficie di un cristallo,e di più che le
loro lunghezze d'onda sono esattamente quelle predette da de Broglie e Schrodinger.E cosi tutte le fondamentali unità
della materia,ciò che J. Clerk Maxwell chiamava « le
indistruttibili pietre fondamentali dell'universo »,gradualmente si spogliano della loro sostanza.L'ormai
sorpassato tipo di elettrone sferico viene trasformato in
una carica ondulatoria di energia elettrica,l'atomo in un
sistema di onde che si sovrappongono.Si potrebbe concludere
che tutta la materia è composta di onde,e che noi viviamo
in un mondo di onde.
Il paradosso
presentato dalle onde di materia da una parte e le
particelle di luce dall'altra fu risolto per diverse vie nel
decennio precedente la seconda guerra mondiale.I fisici
tedeschi Heisenberg e Born,hanno aggirato la difficoltà
sviluppando una nuova teoria matematica la quale permette
un'accurata descrizione del fenomeno dei « quanti », come si
vuole,sia in termini di particelle sia di onde.L'idea
sulla quale si basa il loro sistema,ha influenzato
profondamente la filosofia della scienza.Essi affermano che
è inutile per un fisico preoccuparsi delle proprietà di un
singolo elettrone;nel laboratorio questi lavora con fasci o
sciami di elettroni,ciascuno dei quali contiene miliardi di
particelle individuali (od onde);perciò il fisico deve
considerare solo il comportamento della massa,secondo le
leggi della statistica,della probabilità e del caso.In tal
modo non fa praticamente alcuna differenza,sia che gli
elettroni singoli siano particelle,sia invece che essi
siano sistemi di onde;nell'insieme essi possono esser
rappresentati in ambedue i modi.Per esempio se due fisici
si trovano sulla spiaggia del mare uno di essi può
analizzare un'onda ragionando cosi:le sue caratteristiche e
la sua intensità sono chiaramente individuate dalla
posizione della sua cresta e del suo avvallamento;mentre il
secondo può osservare a sua volta e con la stessa
precisione:la parte che voi chiamate cresta ha un
significato soltanto perché contiene più molecole d'acqua
della parte dove l'onda è più bassa.In modo analogo Born
adottò l'espressione matematica usata da Schrodinger nelle
sue equazioni per designare la funzione d'onda
interpretandola come una « probabilità » nel senso
statistico.In altre parole egli considerò l'intensità di
ogni sezione dell'onda come la misura della probabile
distribuzione dl particelle in quel punto.Perciò egli
discusse i fenomeni di diffrazione,i quali fino allora
potevano essere spiegati solo con la teoria ondulatoria,in
termini della « probabilità » di certi corpuscoli - « quanti
» di luce o elettroni che seguono vie stabilite ed arrivano
in punti determinati.Cosi le onde materiali sono ridotte a
« onde di probabilità ».Il modo di rappresentarci un
elettrone,o un atomo od un'onda di probabilità,non ha più
alcuna importanza.Le equazioni di Heisenberg e Born vanno
bene in ogni caso.Noi possiamo dunque,se ci piace,immaginarci viventi in un universo di onde,od in un
universo di particelle, o, come diceva uno spiritoso
scienziato,in un universo di « ondicelle ».
Capitolo IV
Mentre la fisica
quantistica definisce con grande accuratezza le relazioni
matematiche che governano le unità fondamentali della
radiazione e della materia, d'altra parte essa oscura la
vera natura di ambedue.Molti tra i fisici moderni,però,considerano piuttosto ingenuo lo speculare sulla vera natura
di qualsiasi cosa.Essi sono «positivisti», oppure
«empiristi logici»,i quali stimano che uno scienziato non
può far nulla di più che render conto delle sue
osservazioni.E cosi se eseguisce due esperimenti con
strumenti diversi di cui uno gli sembra rivelare che la luce
è costituita di particelle e l'altro che la luce è composta
di onde,egli deve accettare ambedue i risultati,
considerandoli non contraddittori ma complementari.Preso
isolatamente,nessuno dei due è sufficiente a spiegare il
fenomeno,ma insieme si.Ambedue sono necessari per
descrivere la realtà ed è inutile domandare quale sia quella
vera.Perché nel campo astratto della fisica quantistica non
esiste la parola «realtà».
È futile,inoltre,sperare nell'invenzione di strumenti più delicati i quali
permettano all'uomo di penetrare più addentro nel
microcosmo.Esiste una indeterminazione in tutti gli
avvenimenti dell'universo atomico,che nessun
perfezionamento delle misure e delle osservazioni potrà mai
superare.Il comportamento capriccioso dell'atomo non può
essere attribuito all'inadeguatezza degli strumenti di cui
l'uomo si serve per studiarlo.L'ostacolo risiede nella vera
natura delle cose,come fu dimostrato da
Heisenberg nel 1927
con la sua famosa enunciazione della legge fisica conosciuta
come il « principio di indeterminazione ».Per illustrare
questa tesi Heisenberg si figurò un esperimento immaginario
nel quale un fisico tenta di osservare la posizione e
velocità (') di un elettrone in moto, impiegando un
potentissimo supermicroscopio.Ora,come già si è accennato,un singolo elettrone sembra che non abbia né posizione,né
velocità definite.Il fisico può stabilire accuratamente il
comportamento di un elettrone solo trattando con un gran
numero di essi.Quando,invece,cerca di localizzare un
particolare elettrone nello spazio,egli potrà dire
solamente che un certo punto nell'insieme dei moti
ondulatori del gruppo di elettroni rappresenta la «
probabile » posizione dell'elettrone in questione.Il
singolo elettrone è un oggetto confuso,indeterminato,come
il vento o l'onda sonora nella notte,e quanto minore è il
numero degli elettroni con cui il fisico ha a che fare,
altrettanto più indeterminate risultano le sue scoperte.A
provare che questa indeterminazione è un sintomo non della
immatura scienza umana,ma di una insormontabile barriera
della natura,Heisenberg ha supposto che un immaginario
microscopio,adoperato da un altrettanto immaginario fisico,possa avere un ingrandimento fino a cento miliardi di
diametri,cioè tanto da portare un oggetto,che abbia le
dimensioni di un elettrone;entro il campo della visibilità
umana.Ma qui si presenta un'altra difficoltà.Essendo
l'elettrone più piccolo dell'onda luminosa il fisico può «
illuminare » il suo soggetto soltanto impiegando radiazioni
di lunghezza di onda più corta;anche i raggi X non possono
servire.L'elettrone può esser visibile solo con i raggi
gamma ad alta frequenza del radio.Ma l'effetto
fotoelettrico,si ricorderà,ha dimostrato che i fotoni di
luce ordinaria esercitano una forza violenta sugli
elettroni,ed i raggi X li colpiscono in modo ancora più
violento.Quindi l'urto di raggi gamma ancor più potenti
risulterebbe disastroso.
Il principio di
indeterminazione afferma quindi che è assolutamente e per
sempre impossibile determinare allo stesso tempo la
posizione e la velocità di un elettrone,stabilire
sicuramente che un elettrone è «proprio là in quel certo
luogo» e si muove a «tale o talaltra velocità».Perchè,nello stesso momento in cui si osserva la sua posizione, la
sua velocità è già cambiata,ed inversamente,con quanta
maggior precisione viene determinata la sua velocità, tanto
più indefinita diventa la sua posizione.E quando il fisico
calcola il limite matematico di incertezza nelle misure
della posizione e velocità di un elettrone,egli trova che è
sempre una funzione di quella misteriosa quantità: la
costante h di Planck.
La fisica
quantistica ha cosi demolito due colonne della vecchia
scienza:causalità e determinismo.Perché trattando in
termini di statistica e di probabilità si abbandona ogni
idea che la natura proceda con una inflessibile sequenza di
cause ed effetti.Ammettendo tali margini di incertezza si
preclude l'antica speranza che la scienza,dato lo stato
presente e la velocità di ogni corpo materiale
nell'universo,possa prevedere tutta la storia
dell'universo.Un corollario di questa rinunzia è un nuovo
argomento per l'esistenza del libero arbitrio.Se è vero che
gli eventi fisici sono indeterminati e quindi il futuro non
si può predire,allora forse la misteriosa entità che
diciamo « mente » può ancora guidare il destino umano fra le
infinite incertezze di un capriccioso universo.Ma questo
concetto invade una zona del pensiero con la quale il fisico
nulla ha a che fare.Un'altra conclusione di grande
importanza scientifica consiste nell'evoluzione della fisica
quantistica.La barriera fra l'uomo,il quale scruta
timidamente attraverso le limitate capacità dei suoi sensi,e qualsiasi realtà obiettiva che possa esistere,è diventata
quasi insormontabile.Infatti ogni volta che egli tenta di
penetrare e scrutare nel « reale » mondo obiettivo,cambia
ed altera il meccanismo di esso per il solo fatto di doverlo
osservare.E quando tenta di separare questo mondo « reale »
dalle percezioni dei suoi sensi,non gli rimane che uno
schema matematico.Egli si trova dunque nella posizione di
un cieco il quale tenta di discernere la forma e struttura
di un fiocco di neve.Appena tocca con le dita o la lingua
il fiocco di neve,questo si scioglie.Un elettrone,un
fotone,un'onda di probabilità,non possono essere
visualizzati;essi sono semplici simboli utili per
rappresentare le relazioni matematiche del microcosmo.
Alla domanda:perché la fisica moderna impiega metodi descrittivi cosi
esoterici,il fisico risponde:perché le equazioni della
fisica quantistica definiscono più accuratamente di ogni
modello meccanico il fenomeno fondamentale che oltrepassa i
limiti della visione.In altre parole tali metodi «
funzionano »,come hanno provato in modo spettacoloso i
calcoli che hanno condotto alla bomba atomica.Il fine del
fisico pratico è,quindi,quello di enunciare le leggi di
natura in termini matematici sempre più precisi.Mentre i
fisici del XIX secolo si figurarono l'elettricità come un
fluido e,seguendo questa metafora,svilupparono le leggi
che hanno condotto alla nostra èra elettrica,il fisico del
ventesimo secolo rifugge da tali metafore.Egli sa che la
elettricità non è un fluido,sa che i pittoreschi concetti
quali « onde » e « particelle »,mentre servono di guida a
nuove scoperte,non possono essere accettati come una vera
rappresentazione della realtà.Nell'astratto linguaggio
della matematica egli può descrivere come si comportano le
cose anche se non conosce,o gli importa di conoscere,ciò che esse sono .
Esistono però al
giorno d'oggi dei fisici per i quali l'abisso fra scienza e
realtà costituisce una sfida.Einstein ha più di una volta
espresso la speranza che il metodo statistico della fisica
quantistica sia un espediente temporaneo. « Io non posso
credere » confessa « che Dio giochi a dadi col mondo ». Egli
ripudia la dottrina positivista per la quale la scienza
possa solo riferire e collegare i risultati delle
osservazioni.Crede,invece,in un universo di ordine e di
armonia e pensa altresì che con la ricerca l'uomo possa
ancora raggiungere una conoscenza della realtà fisica.A
questo scopo egli non ha guardato nell'interno dell'atomo,ma all'esterno,alle stelle,ed
ancora al di là di esse
nelle infinite profondità dello spazio e del tempo.
Capitolo V
Il filosofo John Locke nel suo famoso trattato,« Saggio
sull'intelletto umano »,trecento anni fà scriveva: « Di un
certo numero di scacchi che si trovano disposti su alcuni
quadretti della scacchiera dove li abbiamo lasciati,noi
diciamo che si trovano immobili allo stesso posto,anche se
la scacchiera sia stata portata nel frattempo da una stanza
all'altra... La scacchiera,diciamo ancora,è allo stesso
posto se rimane nella cabina,mentre forse il piroscafo con
le vele spiegate ha navigato per tutto il tempo;la nave si
dice che è allo stesso posto se ha mantenuto la sua
posizione rispetto alla terra vicina,mentre la terra stessa
ha frattanto compiuto il suo giro;cosi dunque scacchi,
scacchiera e piroscafo hanno cambiato di posto
relativamente a corpi piu lontani ».
In questa semplice
immagine degli scacchi che si muovono eppure sembrano fermi,appare il principio della relatività - relatività di
posizione.E da questa si passa ad un'altra idea:la
relatività del moto.Chi ha viaggiato in ferrovia sa come un
altro treno correndo nella direzione opposta gli passi
davanti come un lampo e,al contrario,come appaia quasi
immobile quando procede nella stessa sua direzione.Una
variante di questo effetto ci può molto ingannare in una
stazione chiusa come il Grand Central Terminal di New York.Qualche volta un treno si mette in moto tanto dolcemente che
i passeggeri non soffrono la scossa opposta al senso del
moto:se stanno guardando fuori dal finestrino e vedono un
altro treno in moto sul binario vicino,essi non riusciranno
a capire quale treno è in moto e quale è immobile;e neppure
potranno dire con quale velocità questo o quello si muove ed
in quale direzione.Il solo modo che i passeggeri hanno di
giudicare che cosa sta succedendo è di guardare dalla parte
opposta della carrozza un oggetto fisso quale punto di
riferimento,ad esempio la piattaforma della stazione o un
segnale luminoso. Newton(') era al corrente di questi
scherzi del moto,sebbene si limitasse alle navi.Egli
sapeva come nei giorni di bonaccia,in alto mare un marinaio
può radersi o bere il suo brodo tranquillamente come avviene
quando il piroscafo è immobile nel porto.L'acqua nella sua
catinella,la minestra nella sua scodella,rimangono
immobili anche se la nave percorre 5,15 o 25 nodi all'ora.A meno che egli guardi la superficie del mare gli sarà
impossibile di percepire a quale velocità navighi il suo
bastimento o addirittura se sia fermo od in moto.È ovvio
che se il mare è in burrasca o il battello cambia rotta
improvvisamente allora si accorgerà del suo stato di moto.Dato e concesso che esistano le ideali condizioni di un mare
liscio come olio o di un bastimento silenzioso,nulla di
quanto avviene nei ponti sottostanti,nessuna osservazione
od esperimento meccanico che venga eseguito dentro la nave,denoterà
la sua velocità sulla superficie del mare.Il
principio fisico suggerito da queste considerazioni venne
formulato da Newton nel 1687 come segue: « I moti dei corpi
che si trovano in un dato spazio,sono relativamente gli
stessi,sia che lo spazio stesso si trovi in stato di quiete
sia che si muova di moto uniforme in linea retta ».Questo è
appunto il cosiddetto principio della relatività galileiano
o newtoniano.Si può anche enunciarlo in termini più
generali: « Le leggi meccaniche che sono valide in un dato
luogo sono altrettanto valide in ogni altro luogo che si
muova uniformemente rispetto al primo ».
L'importanza filosofica di questo principio risulta chiara
quando lo si applichi allo studio dell'universo.Poiché lo
scopo della scienza è quello di spiegare il mondo in cui
viviamo,come un tutto e nelle singole sue parti,è
indispensabile che lo scienziato abbia fiducia nell'armonia
della natura.Egli deve credere che le leggi fisiche valide
sulla terra sono in verità leggi universali.Proprio cosi:dalla caduta di una mela alla rotazione dei pianeti attorno
al sole,Newton giunse ad enunciare una legge universale.E
quando illustrò il principio del moto relativo con l'esempio
di una nave sul mare,la nave a cui egli pensava era in
verità la terra.Per le esigenze ordinarie della scienza la
terra può essere considerata come un sistema stazionario.Possiamo dire,se più ci aggrada,che le montagne,gli
alberi,le case sono immobili,mentre gli animali,le
automobili e gli aeroplani si muovono.Per l'astronomo,invece,la terra è tutt'altro che immobile,essa si sposta
attraverso lo spazio in modo vertiginoso e complicatissimo.Oltre alla sua rotazione giornaliera attorno al suo asse,alla velocità di 1.600 km. all'ora,e alla sua rivoluzione
annuale attorno al sole alla velocità di 32 km. al secondo,la terra compie un certo numero di altri moti meno
conosciuti. Contrariamente a quanto si crede in generale,la
luna non ruota attorno alla terra;i due corpi ruotano uno
attorno all'altro più precisamente attorno al comune centro
di massa.L'intero sistema solare per di più si muove entro
a quello che si chiama il « sistema locale » di stelle alla
velocità di 22 km. al secondo;il sistema stellare locale a
sua volta si muove entro la Via Lattea alla velocità di 320
km. al secondo,ed infine la intera Via Lattea va alla
deriva con riferimento alle remote galassie esterne alla
velocità di 160 km. al secondo;tutto questo in diverse
direzioni!
Sebbene Newton non potesse conoscere
tutta la complessità dei moti della terra,era però
assillato dal problema di distinguere il moto relativo dal
moto vero o « assoluto » in un universo tanto confusamente
affaccendato.Egli pensava che « nelle remote regioni delle
stelle fisse o forse molto più lontano di esse,potesse
trovarsi qualche corpo in quiete assoluta »,ma ammetteva
non essere possibile all'uomo provarlo per mezzo di un
oggetto celeste. D'altra parte sembrava a Newton che lo
spazio stesso potesse servire come un sistema fisso di
riferimento al quale fosse possibile collegare la rotazione
delle stelle o della galassia in termini di moto assoluto.Egli considerava lo spazio come una realtà fisica,stazionaria ed immobile,e mentre non aveva la possibilità
di provare questa sua convinzione con alcun argomento,nondimeno ad essa rimaneva fedele per ragioni teologiche.Per Newton infatti lo spazio rappresentava la divina
onnipresenza di Dio nella natura .
Nei due secoli successivi si credette che
le ipotesi di Newton avrebbero prevalso.Infatti,con lo
sviluppo della teoria ondulatoria della luce,gli scienziati
trovarono necessario attribuire allo spazio vuoto alcune
proprietà meccaniche; assumere cioè che lo spazio stesso sia
una specie di sostanza.Prima ancora di Newton,Cartesio
aveva avanzato l'ipotesi che il solo fatto dell'esistenza di
una separazione fra i corpi provasse l'esistenza di un
medium fra essi.Per i fisici dei secoli XVIII e XIX era
ovvio che se la luce era composta di onde vi doveva essere
qualche medium per trasmetterle,cosi come l'acqua propaga
le onde del mare e l'aria trasmette le vibrazioni da noi
chiamate « suoni ». Perciò quando le esperienze dimostrarono
che la luce si propaga anche nel vuoto,gli scienziati
furono costretti ad ammettere l'esistenza di una ipotetica
sostanza che chiamarono « etere »,decidendo che essa doveva
occupare tutto lo spazio e la materia.In seguito Faraday
propose un altro genere di etere quale trasmettitore di
forze magnetiche ed elettriche.Quando finalmente Maxwell
provò l'identità della luce con le perturbazioni
elettromagnetiche l'esistenza dell'etere sembrò assicurata.
Un universo permeato da un invisibile mezzo nel quale vagano
le stelle,attraverso il quale la luce si trasmette come le
vibrazioni in un vaso di gelatina,fu il risultato finale
della fisica di Newton.Esso offriva un modello meccanico
per tutti i fenomeni naturali conosciuti,dava quel sistema
di riferimento,lo spazio immobile ed assoluto,indispensabile per la cosmologia di Newton.
Capitolo VI
Ma l’«etere» presentava alcuni problemi,non ultimo
dei quali quello della sua esistenza,che non si era mai
potuta provare.Per scoprire in modo sicuro se veramente
esistesse questo etere,due fisici americani,A. A. Michelson e E. W. Morley,effettuarono nel 1881 a Cleveland
un classico esperimento.
Il principio su cui si basava la loro esperienza era molto
semplice.Essi pensarono che se tutto lo spazio è
semplicemente un oceano immobile di etere,allora il moto
della terra attraverso l’etere poteva esser scoperto e
misurato nello stesso modo con cui i marinai misurano la
velocità di una nave sul mare.Come Newton aveva accennato,è impossibile accorgersi del movimento di una nave,su di un
mare tranquillo,per mezzo di esperimenti meccanici eseguiti
nell’«interno» del bastimento.I marinai misurano la
velocità della nave gettando fuori bordo il solcometro ed
osservando lo svolgersi dei nodi sulla sagola del
solcometro.Allo scopo di individuare il moto della terra
attraverso l’oceano di etere,Michelson e Morley lanciarono
nello spazio un simile «solcometro»;era questo un raggio di
luce.Se la luce si propaga veramente attraverso l’etere,la
sua velocità dovrebbe venire influenzata dal flusso di etere
suscitato dal moto della terra.Propriamente un raggio di
luce,lanciato in direzione del movimento della terra,dovrebbe subire un lieve ritardo a causa del flusso di
etere,proprio come un nuotatore prova maggior fatica
nuotando contro corrente.Si tratta di una piccola
differenza,poiché la velocità della luce(accuratamente
determinata già nel 1849)è di 300.000 km. al secondo,mentre la velocità della terra nella sua orbita attorno al
sole non raggiunge che i 32 km. al secondo.Perciò un raggio
di luce lanciato contro il flusso dell’etere dovrà viaggiare
alla velocità di 299.968 km. al secondo,mentre un raggio di
luce diretto con il flusso di etere dovrebbe essere lanciato
alla velocità di 300.032 km. al secondo.Michelson e Morley
con queste precise idee costruirono uno strumento la cui
grande sensibilità poteva arrivare a scoprire una variazione
fino ad i km. e mezzo per secondo nella enorme velocità
della luce.Questo strumento,da loro chiamato « interferometro »,consiste in un insieme di specchi così
sistemati,che un raggio di luce può venire diviso in due,e
lanciato in direzioni diverse allo stesso tempo.L’esperimento fu progettato ed eseguito con tale meticolosa
precisione da non lasciar dubbi sul risultato.E questo fu
semplicemente che non esisteva alcuna differenza nella
velocità dei raggi luminosi,qualunque fosse la direzione in
cui essi si propagavano.
L’esperimento Michelson - Morley mise gli scienziati in una
imbarazzante alternativa.Da un lato essi potevano eliminare
la teoria dell’etere per mezzo della quale si erano spiegati
tanti fatti intorno all’elettricità,magnetismo e luce.Oppure potevano insistere nel mantenere l’etere,ma allora
dovevano abbandonare la ancora più venerabile teoria
copernicana,cioè della terra ruotante intorno al sole.Per
molti fisici sembrava quasi più facile sostenere che la
terra sia immobile piuttosto che credere alla esistenza di
onde "onde luminose", "onde elettromagnetiche" senza un
mezzo che le sostenga.Era un serio dilemma,ed esso divise
il pensiero scientifico per un quarto di secolo.Molte nuove
ipotesi vennero formulate e poi respinte.L’esperimento fu
ripetuto nuovamente da Morley e da altri,ma sempre con la
medesima conclusione:la velocità apparente della terra
attraverso l’etere risulta nulla.
L’interferornetro
di Michelson e Morley consisteva in un dispositivo di
specchi,collocato in modo che un fascio di raggi trasmesso
da una sorgente luminosa (nella figura a sinistra) si
divideva dirigendosi allo stesso tempo in due direzioni.Ciò
era ottenuto a mezzo di uno specchio A,la cui superficie
era semiargentata,per modo che una parte del fascio poteva
attraversarlo per colpire lo specchio C (a destra) e l’altra
parte veniva riflessa ad angolo retto verso lo specchio B.Gli
specchi B e C riflettevano poi i raggi di nuovo allo specchio A,dove nuovamente riuniti procedevano verso il
cannocchiale di osservazione T. Poiché il fascio ACT deve
passare tre volte attraverso lo spessore del vetro dietro
alla superficie riflettente dello specchio A,una lastra
trasparente di vetro di uguale spessore era collocata fra A
e B, intercettando il fascio ABT,e compensandolo per questo
ritardo.L’intero apparecchio veniva ruotato in direzioni
diverse,però in modo che i fasci ABT e ACT potevano essere
diretti nella stessa direzione,o quella contraria o ad
angoli retti rispetto alla creduta corrente di etere.A
prima vista può sembrare che il tragitto «secondo la
corrente» per esempio da B ad A,dovesse compensare in
durata di tempo un tragitto «contro corrente» da A fino a B.
Ma non è cosi.Per condurre una barca a remi un chilometro
contro corrente ed un altro chilometro seguendo la corrente
occorre un tempo maggiore che remare per due chilometri in
acque tranquille o attraverso la corrente,sia pure tenendo
conto della deriva.Se avesse avuto luogo una accelerazione
od un ritardo dell’uno o l’altro fascio causati dalla
corrente di etere lo si sarebbe certo scoperto con
l’apparecchio ottico in T.
Fra coloro che riflettevano sull’enigma dell’esperimento
Michelson-Morley vi era un giovane impiegato dell’ufficio
brevetti di Berna:Albert Einstein.Nel 1905,a 26 anni,egli pubblicò una breve nota che offriva una spiegazione al
quesito,ed aprì un nuovo mondo al pensiero fisico.Einstein
cominciò coll’abbandonare la teoria dell’etere e con essa
tutta l’idea dello spazio inteso come un sistema fisso e
insieme assolutamente immobile,entro il quale fosse
possibile distinguere il moto assoluto dal moto relativo.L’esperimento Michelson-Morley aveva stabilito un fatto
indiscutibile:il moto della terra non ha alcuna influenza
sulla velocità della luce.Questo fatto fu per Einstein la
rivelazione di una legge universale.Se la velocità della
luce è costante,indifferente al moto terrestre - egli
ragionava - deve essere costante ed indifferente anche al
moto di qualsiasi sole,luna,meteora,od altri sistemi
vaganti per l’universo.Da questo principio Einstein derivò
una più vasta generalizzazione affermando che le leggi della
natura sono uguali per tutti i sistemi che si muovono di
moto uniforme.Questa semplice affermazione è l’essenza
della teoria della relatività ristretta di Einstein.Essa
comprendeva il principio galileiano della relatività,il
quale enuncia che le leggi meccaniche sono le stesse per
tutti i sistemi che si muovono con moto uniforme.Ma
l’enunciazione di Einstein era più generale;perché egli
pensava non soltanto alle leggi meccaniche,ma anche a
quelle che governano la luce e gli altri fenomeni
elettromagnetici.Cosi egli riunì queste leggi in un
postulato fondamentale:tutti i fenomeni della natura,tutte
le leggi della natura sono uguali per tutti i sistemi che si
muovono di moto uniforme relativamente l’uno all’altro.
In verità nulla vi è di anormale in questa formulazione.Essa conferma la fede dello scienziato nell’armonia
universale delle leggi naturali.Consiglia inoltre allo
scienziato di non continuare inutilmente la ricerca di un
sistema di riferimento assoluto e stazionario nell’universo.Questo è tutto in movimento:stelle,nebulose,galassie e
tutti gli immensi sistemi gravitazionali dell’infinito sono
in moto continuo.Ma i loro movimenti possono essere
descritti solo uno relativamente all’altro,poiché nello
spazio non vi sono né direzioni,né confini.E quindi una
futile impresa per lo scienziato cercar di scoprire la «vera
» velocità di un sistema impiegando la luce come misura
metrica,perché la velocità della luce è costante per tutto
l’universo e non subisce modificazioni.Né per il moto della
sua sorgente,né per quello di chi la riceve.La natura non
ci offre alcun «campione» di confronto e lo spazio,come
affermava un altro grande matematico tedesco,Leibniz,due
secoli,prima di Einstein,è semplicemente «l’ordine o il
rapporto delle cose fra di loro».Lo spazio senza gli
oggetti che lo occupano è nullo.
Oltre che aver eliminato lo spazio assoluto,Einstein ha
eliminato anche il concetto di tempo assoluto - flusso di
tempo determinato,invariabile e universale,senza posa
scorrente dall’infinito passato a quello futuro.Gran parte
delle difficoltà di comprendere la teoria della relatività
proviene dalla riluttanza umana a riconoscere che il senso
del tempo,come quello del colore,è solo una forma di
percezione.Come non esiste ciò che noi chiamiamo « colore »
senza l’occhio per distinguerlo,cosi un istante,un’ora o
un giorno sono nulla senza un avvenimento che li distingua.
Analogamente,come lo spazio è semplicemente un possibile
ordine di oggetti materiali,cosi il tempo è solo un
possibile ordine di avvenimenti.La soggettività del tempo è
bene spiegata dalle stesse parole di Einstein: «Le
esperienze di un individuo» egli dice «ci appaiono ordinate
in una serie di singoli avvenimenti,che noi ricordiamo
apparire ordinati secondo il criterio di "anteriore" o
"posteriore".Esiste quindi per l’individuo un tempo suo
proprio, cioè un tempo soggettivo.Questo,in se stesso,non
è misurabile.Noi possiamo associare numeri ed eventi in
modo tale che un numero maggiore sia associato con un
avvenimento posteriore,piuttosto che con uno anteriore.Questa continuità possiamo definirla per mezzo di un
orologio,paragonando l’ordine degli avvenimenti dato
dall’orologio con l’ordine di una determinata serie di
eventi.Noi intendiamo per "orologio" uno strumento che ci
fornisca il modo di contare una serie di avvenimenti».
Nel riferire le nostre proprie esperienze ad un orologio (od
a un calendario) noi facciamo del tempo un concetto
obiettivo.Eppure gli intervalli di tempo,determinati
dall’orologio o dal calendario,non sono in alcun modo
quantità assolute imposte da un editto divino all’intero
universo.Tutti gli orologi adoperati dall’uomo sono
costruiti con ingranaggi regolati sul moto della terra nel
nostro sistema solare.Quella che da noi è chiamata «ora»
non è in verità che una misura spaziale,un arco di 15
gradi,nell’apparente rotazione diurna della sfera celeste.E quello che noi chiamiamo «anno» è solo una misura del
cammino della terra nella sua orbita attorno al sole.Un
abitante di Mercurio avrebbe nozioni di tempo molto diverse.Mercurio compie il suo giro attorno al sole in 88 dei nostri
giorni,e nello stesso periodo ruota una volta sola attorno
al suo asse.Quindi su Mercurio un anno e un giorno hanno la
stessa durata.Ma quando la scienza si spinge al di là del
sistema solare,allora tutte le nostre cognizioni terrestri
di tempo perdono ogni significato.La relatività infatti ci
informa che non esiste un intervallo fisso di tempo
indipendente dal sistema al quale è riferito.Non può
esistere la simultaneità,né il concetto che noi esprimiamo
con le parole «in questo momento» che sia indipendente da un
sistema di riferimento.Per esempio una persona a New York
telefona ad un amico a Londra e malgrado la diversità
dell’ora,essendo,per esempio,le 7 pomeridiane a New York
e contemporaneamente mezzanotte a Londra,noi diciamo che
essi parlano «allo stesso istante».Ciò avviene perché essi
vivono sullo stesso pianeta,ed i loro orologi sono basati
sullo stesso sistema astronomico.Una situazione più
complicata si presenta cercando di stabilire,per esempio,che cosa avviene sulla stella Arturo «proprio in questo
momento».Arturo è lontano da noi 38 anni-luce.Un anno-luce
è la distanza che la luce percorre in un anno,all’incirca
dieci trilioni di chilometri.Se potessimo comunicare con
Arturo per
radio «in questo momento» occorrerebbero 38 anni al nostro
messaggio per raggiungere la sua destinazione e dovremmo
attendere la risposta per altri 38 anni.(Le onde-radio
viaggiano alla stessa velocità delle onde luminose).E
quando noi osserviamo Arturo dicendo che lo vediamo
«adesso»,poniamo nell’anno 1949,in verità non vediamo che
una immagine proiettata sui nostri nervi ottici dai raggi
luminosi che hanno lasciato la loro sorgente nel 1912. Se
Arturo veramente esiste «in questo momento» la natura ci
impedisce di saperlo fino al 1988.
Malgrado queste riflessioni è difficile per l’uomo,legato
alla terra,accettare l’idea che un dato istante come quello
che egli chiama «adesso» non si possa applicare all’intero
universo.Eppure nella teoria della relatività ristretta Einstein prova,con una indiscutibile serie di esempi e
deduzioni,che è una assurdità immaginare degli avvenimenti
i quali si producono simultaneamente in sistemi che non
siano in relazione l’uno con l’altro.I suoi argomenti si
svolgono sui seguenti concetti.
Prima di tutto è necessario convincersi che lo scienziato,il cui compito è quello di descrivere gli avvenimenti fisici
in termini obiettivi,non può impiegare parole soggettive
come «questo»,«qui» e «adesso».Per lui i concetti di
spazio e di tempo assumono un significato fisico solo quando
le relazioni fra avvenimenti e sistemi sono definite.È
quindi continuamente necessario per lui,trattando argomenti
i quali hanno a che fare con le forme complesse del moto
(come nella meccanica celeste,elettrodinamica,ecc.),riferire le grandezze trovate in un sistema con quelle che
esistono in un altro.Le leggi matematiche,che definiscono
queste relazioni,sono conosciute sotto il nome di «leggi di
trasformazione».La trasformazione più semplice può essere
illustrata con l’esempio di un uomo il quale passeggia sul
ponte di una nave;se egli cammina sul ponte verso prua con
una velocità di 4 chilometri all’ora e la nave fa 20
chilometri all’ora,la velocità dell’uomo in confronto alla
superficie del mare in quiete è di 24 chilometri all’ora;se
cammina verso poppa,la sua velocità con riferimento al mare
è quindi di 16 chilometri all’ora.Un altro esempio si può
immaginare pensando ad una campana acustica d’allarme che
suoni ad un passaggio a livello.Le onde sonore prodotte
dalla campana si spandono attraverso l’aria circostante alla
velocità di 330 metri al secondo. Un treno in quel momento
passa attraverso il passaggio a livello alla velocità di 20
metri al secondo.Quindi la velocità del suono relativamente
al treno è di 350 metri al secondo,fino a tanto che il
treno si avvicina alla campana,ed è invece di 310 metri al
secondo appena il treno è passato davanti alla campana.Questa semplice somma delle velocità è basata su di un
evidente senso comune,e fu applicata ai problemi del moto
combinato fino dai tempi di Galileo.Serie difficoltà
sorgono,però,quando questo principio si debba usare in
connessione con la luce.
In un suo scritto Einstein mette in evidenza queste
difficoltà con un altro esempio ferroviario.Siamo di nuovo
ad un passaggio a livello,segnalato questa volta da lampi
luminosi che si propagano lungo il binario con la velocità
di 300 mila km. al secondo,che è la velocità costante della
luce conosciuta in fisica col simbolo c.Un treno avanza
verso il segnale luminoso con una data velocità.Sommando le
velocità si conclude che la velocità del raggio di luce
relativamente al treno è c più v quando il treno si muove
verso il segnale,e c meno v appena il treno lo ha
sorpassato.Questo risultato è in contrasto con quello
dell’esperimento Michelson-Morley,i quali hanno dimostrato,
come si è detto, che la velocità della luce non viene
alterata dal moto della sorgente o dal moto del soggetto che
la riceve.Questo strano fatto è stato pure confermato dallo
studio delle stelle doppie le quali ruotano attorno ad un
comune centro di massa.Una analisi accurata di questi
sistemi ruotanti ha dimostrato come la luce della stella che
si avvicina raggiunge la terra proprio con la stessa
velocità di quella della stella che si allontana.Poiché la
velocità della luce è una costante universale,essa non può,nell’esempio della ferrovia dato da Einstein,esser
influenzata dalla velocità del treno.Anche immaginando che
il treno corra verso il segnale luminoso alla velocità di
15.000 km. al secondo,il principio della costanza della
velocità della luce ci dice che un viaggiatore nel treno
potrebbe verificare come la velocità del raggio luminoso che
gli viene incontro viaggia proprio con la velocità di 300
mila km. al secondo.Il dilemma presentato da questa situazione è assai più
interessante dell’indovinello di un giornale del la
domenica.Invero esso si presenta come un grande enigma
della natura.Einstein comprese che il problema sta nell’irriconciliabile
conflitto tra la sua convinzione che la velocità della luce
sia costante,e il principio della somma delle velocità.Sebbene questo principio sembri esser basato sulla ferrea
logica della matematica (cioè che due più due fanno
quattro),Einstein riconobbe nella sua teoria una legge
fondamentale della natura.Egli concluse perciò che si
doveva trovare una nuova regola di trasformazione che
permettesse allo scienziato di rappresentare le relazioni
fra i sistemi in moto in tal maniera che i risultati si
conformassero ai fatti conosciuti riguardanti la luce.
La trasformazione di Lorentz
Einstein trovò quanto gli era necessario
in una serie di equazioni sviluppate dal grande fisico
olandese H. A. Lorentz,in unione ad una sua specifica
teoria.Sebbene la sua applicazione originale abbia ora per
la maggior parte solo un interesse storico,la
trasformazione di Lorentz vive ancora come parte integrante
della struttura matematica della relatività.Tuttavia per
comprendere quanto essa afferma,è necessario dapprima
mettere in evidenza le pecche del vecchio principio della
somma delle velocità.Queste sono state chiarite da Einstein,con un altro esempio, sempre nel campo ferroviario.Ancora
una volta egli immagina un binario diritto,ma questa volta
però con un osservatore seduto sul terrapieno sul quale si
trova il binario.Scoppia un temporale e due fulmini
colpiscono simultaneamente il binario in due punti diversi:A e B. Ora,- si domanda Einstein,- che cosa intendiamo
noi,dicendo «simultaneamente»?Allo scopo di precisare
questa affermazione egli immagina che un osservatore si
trovi seduto ad un’eguale distanza da A e da B,munito di un
dispositivo di specchi sistemati in modo tale da
permettergli di vedere contemporaneamente A e B senza
muovere gli occhi.Quindi se i due fulmini sono visti
riflessi negli specchi dall’osservatore nel medesimo
istante,essi debbono essere considerati come simultanei.Ma
sul treno che corre sul binario vi è un secondo osservatore
appollaiato sul tetto di una delle carrozze,con un
dispositivo di specchi simile a quello che ha l’altro
osservatore sul terrapieno.Si dà la circostanza che
l’osservatore in movimento si trovi a passare proprio
davanti all’altro osservatore all’istante preciso in cui il
fulmine colpisce A e B.Ora ci si domanda:i due fulmini gli
appariranno simultaneamente?La risposta è negativa.Perché
se il treno dove egli si trova si allontana da B e corre
verso A,è ovvio che l’istante in cui B viene colpito sarà
riflesso nei suoi specchi una frazione di secondo dopo di
quello in cui è stato colpito A.Se avete qualche dubbio su
questo ragiona mento immaginate per un momento che il treno
corra alla impossibile velocità di 300.000 km/sec,cioè con
la velocità della luce.Se ciò fosse,il fulmine in B,viaggiando alla stessa velocità del lampo in A,non potrà
mai venire riflesso negli specchi,perché non potrà mai
raggiungere il treno.In conseguenza l’osservatore nel treno
affermerà che solo un fulmine ha colpito il binario.E
qualunque sia la velocità del treno,l’osservatore che si
trova su di esso continuerà sempre ad affermare che il
fulmine in A ha colpito per primo il binario.Quindi i
fulmini che sono simultanei per l’osservatore immobile sul
terrapieno non sono simultanei per l'osservatore sul treno
Questo esempio mette bene in evidenza uno
dei più sottili e difficili concetti della filosofia
einsteiniana:la relatività dell'idea di « simultaneità ».Dimostra che l'uomo non può ammettere che il suo senso
soggettivo dell'istante simultaneo si possa applicare
dovunque nell'universo.Einstein mette in evidenza che «
ogni sistema di riferimento ha il suo proprio tempo
particolare;a meno che non si sia fissato il sistema al
quale detto tempo si riferisce,non ha alcun significato lo
stabilire il tempo di un dato avvenimento ».L'errore nel
vecchio principio della somma delle velocità sta perciò
nell'assumere tacitamente che la durata di un avvenimento
sia indipendente dallo stato di moto del sistema di
riferimento.Per esempio,nel caso dell'uomo che passeggia
sul ponte di una nave,se noi immaginiamo che egli cammina
con la velocità di cinque chilometri all'ora,come indicato
da un orologio sulla nave in moto,la sua velocità sarebbe
dovuta risultare la stessa anche se determinata da un
orologio stazionario ancorato in qualche punto del mare.Si
assumeva inoltre che la distanza da lui percorsa in un'ora
avrebbe avuto lo stesso valore sia che fosse stata misurata
relativamente al ponte della nave (il sistema in moto) sia
che lo fosse relativamente al mare (sistema stazionario).Questo costituisce un secondo errore nella somma delle
velocità;la distanza,come il tempo,è un concetto relativo;e
non esiste infatti un intervallo nello spazio che sia
indipendente dallo stato di moto del sistema di riferimento.Quindi,afferma Einstein,lo scienziato,il quale vuole
descrivere un fenomeno naturale in termini coerenti per
tutti i sistemi nell'intero universo,deve considerare le
misure di tempo e distanza come quantità variabili.Le
equazioni della trasformazione di Lorentz provvedono proprio
a questo.Esse mantengono la velocità della luce come
costante universale,ma fanno variare tutte le misure di
tempo e di distanza secondo la velocità di ogni sistema di
riferimento.
In tal modo,sebbene Lorentz abbia originariamente
sviluppato le sue equazioni per risolvere un problema
specifico, Einstein le ha poste a base di una vastissima
generalizzazione,aggiungendo un altro assioma all'edificio
della relatività:le leggi della natura conservano la loro
uniformità in tutti i sistemi quando si
|
 |
C)La
trasformazione di Lorentz mette in relazione
distanze e tempi osservati nei sistemi in moto,con
quelli osservati su sistemi relativamente in quiete.Supponiamo per esempio che un sistema di riferimento
si muova in una certa direzione,allora secondo il
vecchio principio della somma delle velocità,una
distanza o lunghezza x misurata relativamente al
sistema in moto lungo la direzione del moto,è
collegata alla lunghezza x,misurata relativamente
ad un sistema stazionario,a mezzo dell'equazione x'
= x ± vt dove v è la velocità del sistema in moto e
t è il tempo.Le dimensioni y' e x', misurate
relativamente al sistema in moto ad angoli retti
rispetto ad x', e ad angoli retti uno rispetto
all'altro (cioè altezza e larghezza),sono collegate
alle dimensioni y e x rispetto al sistema
relativamente stazionario da y = y e z' = z.Ed
infine un intervallo di tempo t,determinato
rispetto al sistema in moto,è collegato
all'intervallo di tempo t,determinato rispetto al
sistema relativamente stazionario,a mezzo
dell'equazione t = t.
In altre parole distanze e tempi non vengono
alterati,nella fisica classica,dalla velocità del
sistema in questione.Ma è proprio questa la
supposizione che porta al paradosso dei fulmini.La
trasformazione di Lorentz riduce le distanze e i
tempi osservati nei sistemi in moto alle condizioni
dell'osservatore in quiete,mantenendo la velocità
della luce c costante per tutti gli osservatori.Ecco le equazioni della trasformazione di Lorentz
che hanno sostituito le antiche ed evidentemente
inadeguate relazioni sopra citate: |
|
Da
notarsi come similmente all'antica legge di
trasformazione le dimensioni y' e z' non subiscono
variazioni per effetto del moto.Si vedrà inoltre
che se la velocità del sistema in moto v è piccola
relativamente alla velocità della luce c,allora le
equazioni della trasformazione di Lorentz si
riducono alla relazione dell'antico principio della
somma delle velocità.Ma quando la velocità v è
notevole e si avvicina a quella di c,allora i
valori di x' e t' cambiano in modo radicale.
|
considerino al lume della trasformazione
di Lorentz.Stabilito ciò nell'astratto linguaggio
matematico,il significato di questo assioma può
difficilmente essere compreso dal profano.Ma in fisica una
equazione non è mai una pura astrazione:è semplicemente una
specie di espressione stenografica,con la quale lo
scienziato trova conveniente descrivere i fenomeni della
natura.Certe volte è come la «pietra di Rosetta» nella
quale il fisico teorico può decifrare il regno segreto della
conoscenza.In tal modo,interpretando il messaggio fornito
dalle equazioni della trasformazione di Lorentz, Einstein ha
scoperto nuove e straordinarie verità sull'universo fisico.
Queste verità si possono descrivere in
termini molto concreti.Einstein,dopo aver sviluppato le
basi matematiche e filosofiche della relatività,doveva
portarle in laboratorio,dove le cose astratte,quali tempo
e spazio,sono imbrigliate per mezzo di orologi e misure
metriche.Traducendo le sue idee fondamentali sul tempo e
sullo spazio nel linguaggio di laboratorio,egli ha messo in
evidenza alcune insospettate proprietà degli strumenti che
misurano tempo e lo spazio.Per esempio un orologio situato
su di un qualsiasi sistema in movimento cammina ad un ritmo
diverso da quello di un orologio stazionario.Una misura
metrica,situata su di un sistema in moto,varia la propria
lunghezza secondo la velocità del sistema.Precisamente
l'orologio rallenta quando aumenta la velocità ed il metro
si accorda secondo la direzione del suo moto.Queste
particolari variazioni nulla hanno a che fare con la
costruzione dell'orologio e la composizione dell'asta di
misura.Il misuratore del tempo può essere un orologio a
pendolo,un orologio a molla, od una clessidra.L'asta di
misura può essere un regolo di legno,una barra di metallo
od un filo di acciaio di varia lunghezza.Il rallentamento
dell'orologio e la contrazione della misura metrica non sono
fenomeni meccanici;un osservatore in moto assieme
all'orologio od all'asta di misura non potrebbe notare
questi cambiamenti;ma per un osservatore stazionario,vale
a dire stazionario relativamente al sistema in moto,l'orologio in movimento ha rallentato rispetto all'orologio
stazionario e l'asta di misura si è contratta in rapporto
alle unità di misura stazionarie.
Questo singolare comportamento degli
orologi e delle misure metriche in moto è conseguenza della
costante velocità della luce;esso spiega perché tutti gli
osservatori in tutti i sistemi e dovunque,indipendentemente
dal loro stato di moto,troveranno sempre che la luce arriva
ai loro strumenti e ne parte sempre con la stessa velocità.
Infatti mentre la loro propria velocità si avvicina a quella
della luce,i loro orologi rallentano,le loro misure
metriche si contraggono,e tutte le loro misurazioni si
riducono ai valori ottenuti da un osservatore relativamente
stazionario. Le leggi che regolano queste contrazioni sono
definite dalla trasformazione di Lorentz e sono molto
semplici: quanto maggiore è la velocità tanto maggiore è la
contrazione.Un'asta metrica in moto,con una velocità pari
al 90 per cento della velocità della luce,si accorcia fino
a circa metà della sua lunghezza;con velocità maggiore
l'ammontare della contrazione diventa più rapido;se il
bastone potesse raggiungere la velocità della luce,la sua
lunghezza si annullerebbe.Similmente un orologio in moto
con la velocità della luce si arresterà completamente.Da
ciò si deduce come nulla può muoversi più rapidamente della
luce,non importa quali siano le forze in gioco.La
relatività ci rivela quindi un'altra fondamentale legge di
natura:«la velocità della luce è la velocità limite
dell'universo».
A prima vista queste idee non sono facili
a digerirsi,ma ciò avviene perché la fisica classica
ammette, erroneamente,che un oggetto mantenga le stesse
dimensioni sia esso in moto o sia esso in quiete,e che un
orologio mantenga lo stesso ritmo tanto se è in movimento
quanto se è in quiete.Il senso comune dice che così deve
essere.Ma come Einstein ha fatto rilevare,il senso comune
è in verità nulla più che un insieme di pregiudizi raccolti
nella mente prima dell'età di 18 anni.Ogni nuova idea che
si fa strada negli anni successivi si trova in contrasto con
questo cumulo di concetti così detti «evidenti».Ed è
proprio per la contrarietà di Einstein ad accettare quei
principi creduti evidenti,ma non provati come tali,che
egli ha avuto la possibilità di penetrare nelle più nascoste
realtà della natura più addentro di tutti gli scienziati che
lo hanno preceduto.Perché,egli si domanda:"è più strano
ammettere che gli orologi in movimento rallentino e le
misure metriche si contraggano,che ammettere il
contrario?".La ragione per la quale la fisica classica
ammise questo secondo punto di vista sta nel fatto che
l'uomo, nella sua esperienza quotidiana,non ha mai a che
fare con velocità tanto grandi da rendere manifesti i
cambiamenti esistenti ammettendo il primo punto di vista.In
una automobile,in un aeroplano,anche su di un razzo V2 il
rallentamento di un orologio non è misurabile.È solo quando
le velocità si avvicinano a quelle della luce,che si
possono notare degli effetti relativistici.Le equazioni
della trasformazione di Lorentz dimostrano chiaramente come
nelle velocità ordinarie la modificazione degli intervalli
di tempo e di spazio sia trascurabile.La relatività non è
quindi in contraddizione con la fisica classica.Basta
ricordare semplicemente che i vecchi concetti sono casi
limite,i quali si applicano solo alle esperienze più comuni
dell'uomo.
Einstein sorpassa così la barriera alzata dalla tendenza
dell'uomo a definire la realtà come egli la percepisce
attraverso il meccanismo dei suoi sensi.Proprio la teoria
dei «quanti» ha dimostrato che le particelle elementari
della materia non si comportano come le particelle più
grandi che noi possiamo distinguere nel mondo grossolano
delle nostre percezioni;così la relatività prova come non
sia possibile predire i fenomeni i quali accompagnano le
grandi velocità in base al lento comportamento di oggetti
visibili dall'occhio limitato dell'uomo.Neppure possiamo
assumere che le leggi della relatività trattino di
avvenimenti eccezionali;al contrario esse ci offrono un
quadro complessivo di un universo incredibilmente complesso
nel quale i semplici avvenimenti meccanici delle nostre
esperienze terrene sono proprio le eccezioni.Lo scienziato
del giorno d'oggi,il quale lotta con le velocità
fantastiche, che dominano nel veloce mondo dell'atomo,o con
le immensità dello spazio e del tempo siderale,trova
inadeguate le vecchie leggi di Newton.Ma la relatività gli
offre in ogni istante una completa ed accurata descrizione
della natura.Ogni qual volta i postulati di Einstein sono stati messi
alla prova,la loro validità ha ricevuto piena conferma. Una
prova notevole del ritardo degli intervalli di tempo risultò
da un esperimento eseguito nel 1936 da H. E. Ives del
laboratorio della Compagnia dei telefoni Bell.Un atomo
radiante può essere considerato come una specie di orologio
in quanto emette luce secondo una determinata frequenza e
lunghezza d'onda,le quali possono venire misurate con
grande precisione per mezzo dello spettroscopio.Ives ha
paragonato la luce emessa dagli atomi dell'idrogeno muoventisi ad alte velocità con quella emessa dagli atomi di
idrogeno in quiete,e ha trovato che la frequenza di
vibrazione degli atomi in moto era ridotta in esatto accordo
con la previsione delle equazioni di Einstein.In futuro la
scienza potrà immaginare una prova molto più interessante
dello stesso principio.Poiché ogni moto periodico serve a
misurare il tempo,il cuore umano,ha posto in rilievo Einstein,è una specie di orologio.Quindi secondo la
relatività,i battiti del cuore di una persona che viaggi
con la velocità vicina a quella della luce,sarebbero
relativamente rallentati,insieme con la respirazione e
tutti gli altri processi fisiologici.La persona non si
accorgerebbe di questo rallentamento,perché anche il suo
orologio rallenterebbe il suo andamento nella stessa misura.Ma la durata della vita di quella persona determinata con un
orologio stazionario risulterebbe più lunga.Nel regno della
fantasia di un Buck Rogers, è possibile immaginare qualche
futuro esploratore cosmico a bordo di un veicolo
interplanetario azionato dall'energia atomica,attraversante
lo spazio alla velocità di 267.000 km/sec, che ritorna sulla
terra dopo dieci anni terrestri,per trovarsi poi
fisicamente di solo cinque anni più vecchio.
Per descrivere la meccanica dell'universo
fisico si richiedono tre quantità:il tempo,la distanza e
la massa.Dato che tempo e distanza sono quantità relative è
facile pensare come anche la massa di un corpo debba variare
con il suo stato di moto.In verità i più importanti
risultati pratici della relatività sono scaturiti da questo
principio:«la relatività della massa».
Nel linguaggio comune si può dire che la «massa» corrisponda
al «peso».Ma in senso fisico preciso la massa denota una
proprietà della materia assai diversa e più fondamentale;essa sta ad indicare resistenza ad un cambiamento del moto.È necessaria una forza maggiore per muovere un autocarro che
non un velocipede;l'autocarro offre una resistenza al moto
più ostinata che un velocipede a causa della massa molto
maggiore.Nella fisica classica la massa di ogni corpo è una
proprietà fissa ed invariabile.Perciò la massa di un
autocarro dovrebbe rimanere la stessa,sia che esso si trovi
in quiete sia che viaggi attraverso la campagna a 100
chilometri all'ora,sia che venga lanciato negli spazi
interplanetari alla velocità di 100.000 km/sec.Ma la
relatività afferma che la massa di un corpo in movimento non
è costante,ma aumenta con la sua velocità.La fisica
classica non ha scoperto questo fatto semplicemente perché i
sensi dell'uomo e i suoi strumenti sono troppo imperfetti
per poter determinare gli aumenti infinitesimali di massa
prodotti dalle piccole accelerazioni dell'esperienza
ordinaria. Essi diventano percettibili solo quando i corpi
raggiungono velocità vicine a quelle della luce. (Questo
fenomeno,incidentalmente,non è in contrasto con la
contrazione relativistica della lunghezza.Siamo tentati di
domandarci:come può un oggetto diventare più piccolo e allo
stesso tempo più pesante?La contrazione,è da notarsi,esiste solo nella direzione del moto;larghezza ed altezza
rimangono inalterate.Di più massa non significa
«pesantezza»,ma resistenza al moto).
L'equazione di Einstein la quale ci da l'aumento della massa
con la velocità è simile nella forma alle altre equazioni
della relatività,ma assai più importante nelle sue
conseguenze:
Qui m indica la massa di un corpo
moventesi con velocità v,m o
la sua massa quando è in quiete e c la velocità della
luce.Chiunque abbia studiato l'algebra elementare,constata
subito che se v è piccolo,come lo sono tutte le
velocità delle ordinarie esperienze,allora la differenza
fra mo ed m è praticamente nulla.Ma quando v si
avvicina al valore di c allora la massa aumenta in
modo notevole,raggiungendo l'infinito quando la velocità di
un corpo in movimento raggiunge la velocità della luce.Poiché un corpo di massa infinita offrirebbe una resistenza
infinita al moto,la conclusione è quindi ancora che nessun
corpo materiale può muoversi con la velocità della luce (').
Fra tutti gli aspetti della relatività il principio
dell'aumento di massa è stato quello più spesso verificato
ed applicato con grande successo dai fisici sperimentali.Gli elettroni muoventisi entro potenti campi elettrici e
particelle beta emesse dai nuclei di sostanze radioattive
sviluppano velocità che raggiungono il 99 per cento di
quella della luce.Per i fisici atomici interessati a queste
grandi velocità,l'aumento di massa predetto dalla
relatività non è un argomento teorico,ma un fatto empirico
che i loro calcoli non possono ignorare.Infatti le
costruzioni di macchine,come il protone-sincrotone ed altre
nuove macchine super-energetiche sono progettate tenendo
conto dell'aumento di massa delle particelle man mano che la
loro velocità si avvicina a quella della luce.
Per mezzo di deduzioni più avanzate dal suo principio di
relatività della massa,Einstein è giunto ad una conclusione
di incalcolabile importanza per il mondo.Il suo
ragionamento è all'incirca il seguente:poiché la massa di
un corpo in movimento aumenta via via che aumenta il suo
moto,e poiché il moto è una forma di energia (energia
cinetica), l'aumento di massa di un corpo in movimento
proviene dall'aumento della sua energia.In breve:l'energia
non è altro che massa!Con relativamente pochi e semplici
passaggi matematici,Einstein ha trovato il valore della
massa equivalente m in qualsiasi unità di energia E ed ha
potuto esprimerla con l'equazione m = E/c2.Data
questa relazione è facile scrivere la più importante e certo
la più famosa equazione della storia recente:E = mc2.
La parte che spetta a questa equazione nello sviluppo della
bomba atomica è nota a tutti i lettori della stampa
quotidiana.Essa afferma infatti,nel linguaggio scientifico
della fisica,come l'energia contenuta in ogni particella di
materia è uguale alla massa di quel corpo (espressa in
grammi) moltiplicata per il quadrato della velocità della
luce (espressa in centimetri per secondo).Questa
straordinaria relazione si rivela ancor più impressionante
quando i suoi termini vengano tradotti in valori concreti:se un chilogrammo di carbone venisse trasformato
«interamente» in energia produrrebbe 25 miliardi di kilowattore di elettricità,cioè tanto quanto tutti gli
impianti elettrici degli Stati Uniti potrebbero generare
senza interruzione per due mesi.
E = mc2
ci da la chiave di molti fenomeni fisici da lungo tempo
misteriosi.Questa equazione spiega come le sostanze
radioattive,quali il radio e l'uranio,abbiano la proprietà
di emettere particelle ad enormi velocità per milioni di
anni.Spiega come il sole e tutte le stelle possano
continuare ad irradiare luce e calore per miliardi di anni;
infatti se il nostro sole si consumasse attraverso gli
ordinari processi di combustione,la terra sarebbe morta in
gelida oscurità già da molti anni.Rivela la quantità di
energia che è rinchiusa potenzialmente nei nuclei degli
atomi e precisa quanti grammi di uranio devono esser
impiegati in una bomba atomica per distruggere una città.Scopre inoltre alcune verità fondamentali sulla realtà
fisica.Prima della relatività gli scienziati avevano
immaginato l'universo come un recipiente contenente due
elementi distinti:materia ed energia;la prima inerte,tangibile e caratterizzata da una proprietà chiamata massa,e la seconda attiva,invisibile e senza massa.Ma Einstein
ha dimostrato che massa ed energia sono equivalenti:quella
che si chiama comunemente massa non è che energia
concentrata.In altre parole la materia è energia e
l'energia è materia,e la distinzione fra le due è
semplicemente quella di uno stato temporaneo.
Alla luce di questo vasto principio,molti misteri della
natura si possono spiegare.Il curioso comportamento della
materia e della radiazione che appare talvolta come un moto
di particelle e talvolta invece come un moto ondulatorio si
può meglio comprendere.Il doppio ruolo dell'elettrone come
unità di materia e come unità di elettricità,l'elettrone-onda,il fotone,onde di materia,onde di
probabilità,infine un universo di onde — tutto ciò appare
ormai meno paradossale — perché tutti questi concetti
descrivono semplicemente manifestazioni diverse della
medesima realtà fondamentale,così che non ha alcun senso
domandarsi che cosa l'uno o l'altro di essi sia «realmente».Materia ed energia si possono scambiare.Se la materia perde
la sua massa e si propaga con la velocità della luce,noi la
chiamiamo radiazione oppure energia.Inversamente se
l'energia si congela e diviene inerte e noi possiamo
constatare la sua massa,ciò vien da noi chiamato «materia».Fino a qualche anno fa la scienza poteva notare soltanto le
effimere proprietà e relazioni di queste quantità quando
giungevano alle percezioni dell'uomo legato alla terra.Ma
dal 16 luglio 1945 l'uomo è riuscito a trasformare l'una
nell'altra.Infatti in quella notte,ad Almagordo nel Nuovo
Messico,l'uomo per la prima volta riuscì a trasmutare una
certa quantità di materia in luce, calore,suono e moto;cioè in quanto noi chiamiamo comunemente «energia».
Ma il mistero fondamentale non è svelato.Tutto il cammino
della scienza verso l'unificazione dei concetti — la
riduzione di tutta la materia in elementi e poi in pochi
tipi di particelle,la riduzione del concetto di «forza» a
quello singolo di «energia» ed ancora la riduzione della
materia ed energia ad una singola quantità fondamentale —
resta ancor oggi avvolto nell'ignoto.Le molteplici domande
si riassumono in una sola,alla quale forse non sarà mai
data una risposta:qual è l'essenza di questa sostanza
massa-energia,qual è la base fondamentale della realtà
fisica che la scienza tenta di indagare?
Ecco che la relatività,come la teoria dei «quanti»,conduce
l'intelletto dell'uomo ancor più lontano dall'universo newtoniano,saldamente fondato nello spazio e nel tempo,e
funzionante come un grande,infallibile ed agile meccanismo.Le leggi del moto di Einstein,i suoi principi fondamentali
della relatività di distanza,di tempo,e di massa;le sue
deduzioni da questi principi comprendono quella che è
conosciuta col nome di «teoria della relatività ristretta».
Nel decennio successivo alla
pubblicazione di questo suo lavoro originale,egli ha
ampliato il suo sistema scientifico e filosofico nella
«teoria generale della relatività»,nella quale considera la
forza misteriosa che regola il turbinio delle stelle,delle
comete,delle meteore e delle galassie,e di tutti i sistemi
in continuo moto,del ferro,della pietra, del vapore,della
fiamma nell'immenso inperscrutabile vuoto.Newton chiamò questa
forza:«gravitazione universale». Facendo leva sullo stesso
concetto della gravitazione,Einstein ha elaborato una nuova
spiegazione della vasta architettura e struttura dell'intero
universo.
«Il non matematico,»dice Albert Einstein,«quando sente parlare di "cose a quattro dimensioni ",è
afferrato da un brivido misterioso,da un senso non troppo
dissimile da quello destato dalle idee dell'occultismo.Eppure non vi è una affermazione più comune di quella che il
mondo nel quale viviamo è uno spazio-tempo continuo a
quattro dimensioni».
Il non matematico potrà avere dubbi sull'impiego delle
parole «affermazione comune» usate da Einstein
in queste considerazioni.Eppure la difficoltà esiste più in
esse che nelle idee.Una volta che il significato della
parola «continuo» sia debitamente compreso,il quadro
dell'universo einsteiniano come uno spazio-tempo continuo a
quattro dimensioni — e questo è il punto di vista che sta
alla base di tutte le moderne concezioni dell'universo —
diventa del tutto chiaro.«Continuo» è naturalmente qualcosa
che ha continuità.Ad esempio,un regolo per misurare la
lunghezza è uno spazio continuo ad una dimensione.La
maggior parte di questi regoli sono divisi in centimetri e
frazioni.
Ma è anche possibile immaginare un regolo diviso per esempio
in milionesimi di millimetro.In teoria non vi è alcuna
ragione che gli intervalli non debbano essere anche più
piccoli.La particolare caratteristica del continuo è che
l'intervallo,separante due punti qualsiasi,possa venire
diviso in un infinito numero di piccole divisioni
arbitrarie.
Una rotaia della ferrovia è uno spazio continuo
unidimensionale e su di esso il macchinista di un treno può
individuare ad ogni momento la sua esatta posizione,dando
una sola coordinata,per esempio:una stazione od una pietra
miliare.Ciò non basta invece per un capitano di lungo
corso,che in navigazione deve preoccuparsi di due
dimensioni:la superficie del mare è un continuo a due
dimensioni,e le coordinate a mezzo delle quali il capitano
determina la sua posizione nel suo continuo bidimensionale
si chiamano «latitudine e longitudine».L'aviatore pilota
guida il suo aeroplano attraverso un continuo a tre
dimensioni,quindi egli deve determinare non soltanto
longitudine e latitudine,ma anche la sua altezza dal suolo.Il continuo dell'aviatore costituisce lo spazio come noi lo
concepiamo;in altre parole lo spazio del nostro mondo è un
continuo a tre dimensioni.
Per descrivere qualsiasi avvenimento fisico che implichi il
moto,non è però sufficiente indicare la posizione nello
spazio.È necessario altresì determinare come la posizione
cambi nel tempo.Quindi,per dare una precisa indicazione
del percorso dell'espresso New York-Chicago,si deve dire
non soltanto che esso percorre il tragitto New York, Albany,Syracuse,Cleveland,Toledo,Chicago,ma anche i tempi in
cui l'espresso passa da quelle stazioni.Questo si fa, come
è noto,a mezzo di un orario o di un diagramma.
Se i chilometri fra New York e Chicago
sono segnati sul diagramma in senso orizzontale su carta
millimetrata e le ore ed i minuti in senso verticale,allora
una linea diagonale convenientemente tracciata attraverso il
diagramma indica il percorso del treno in uno spazio-tempo
continuo bidimensionale.Questo tipo di rappresentazione
grafica è familiare alla maggior parte dei lettori dei
quotidiani.Una tabella di dati di borsa,per esempio,
rappresenta gli avvenimenti finanziari in un continuo
bidimensionale prezzi-tempo.Allo stesso modo il percorso di
un aeroplano da New York a Los Angeles potrà esser bene
dimostrato con un continuo spazio-tempo a quattro
dimensioni.Il fatto che l'aereo si trova alla latitudine x,longitudine y ed altitudine z non significa nulla per il
dirigente del traffico della linea aerea,se non è data
anche la coordinata "tempo".
Quindi il tempo è proprio la quarta
dimensione.
E se qualcuno desidera considerare il
volo nel suo insieme come una realtà fisica,non può
spezzarlo in una serie di partenze,di ascese,di discese ed
atterraggi.Invece si deve immaginarlo come una curva
continua in uno spazio-tempo continuo a quattro dimensioni.
Poiché il tempo è una quantità inafferrabile,non è
possibile dare una rappresentazione o costruire un modello
unico dello spazio-tempo continuo in quattro dimensioni.Ma
può esser immaginato e rappresentato matematicamente.E per
descrivere la meravigliosa grandezza dell'universo al di là
del nostro sistema solare,al di là degli ammassi e nuvole
di stelle della Via Lattea,al di là delle solitarie
galassie esterne che splendono nello spazio vuoto,lo
scienziato deve immaginarsi tutto questo insieme come un
continuo a tre dimensioni nello spazio e una nel tempo. Noi
abbiamo la tendenza a separare queste dimensioni;abbiamo
una concezione dello spazio separata da quella del tempo.Ma
la separazione è puramente soggettiva;come viene dimostrato
dalla teoria della relatività ristretta,lo spazio ed il
tempo separatamente sono quantità relative,che variano a
seconda degli osservatori individuali.In qualsiasi
obiettiva descrizione dell'universo come lo richiede la
scienza,la dimensione tempo non può essere staccata dalla
dimensione spazio,come la lunghezza non può esser staccata
dalla larghezza e dallo spessore in una precisa
rappresentazione di una casa,di un albero o di una stella
del cinema.Secondo il grande matematico tedesco Hermann
Minkowski,il quale ha sviluppato la matematica del continuo
spazio-tempo come un modo conveniente per esprimere i
principi della relatività,«spazio e tempo isolati l'uno
dall'altro sono spariti come ombre evanescenti e soltanto
una specie di combinazione dei due concetti conserva qualche
realtà».
Però non si deve credere che il continuo spazio-tempo sia
soltanto una costruzione matematica.Il mondo è uno
spazio-tempo continuo;ogni realtà esiste tanto nello spazio
quanto nel tempo e i due sono indivisibili.Tutte le misure
di tempo sono in realtà misure nello spazio,ed inversamente
le misure nello spazio dipendono dalle misure di tempo.Secondi,minuti,ore,giorni,settimane,mesi,stagioni,anni,sono misure della posizione della terra nello spazio
rispetto al sole,alla luna,alle stelle.Similmente
latitudine e longitudine,cioè le coordinate con le quali
l'uomo definisce la sua posizione spaziale sulla terra,vengono misurate in minuti e secondi e per calcolarle con
precisione e conoscere il tempo di un dato giorno e
il giorno dell'anno. «Pietre miliari» come l'equatore,il
tropico del Cancro o il circolo polare artico,non sono che
meridiane le quali segnano il mutare delle stagioni;il
primo meridiano è una coordinata del tempo quotidiano,ed il
«mezzogiorno» null'altro è che un angolo orario del sole.
Ancor più,l'equivalenza fra spazio e tempo diventa
veramente chiara soltanto contemplando le stelle.Fra le
costellazioni più familiari,alcune sono «reali» in quanto
le stelle che le compongono formano veri e propri sistemi
gravitazionali,soggetti ad un moto comune ben determinato,altre non sono che una combinazione «apparente» di stelle
indipendenti,un effetto di prospettiva dovuto alla
posizione che quelle sembrano assumere in rapporto al nostro
sguardo.Così per effetto di tali costellazioni ottiche si
possono,per esempio,osservare due stelle vicine di uguale
splendore ed affermare che esse si trovano nel firmamento
una accanto all'altra mentre,in verità,una può essere
distante da noi 40 anni-luce e l'altra 400 anni-luce.
È ovvio dunque che l'astronomo debba considerare l'universo
come uno spazio-tempo continuo.Quando egli scruta il cielo
attraverso il telescopio,non osserva solamente nella
profondità dello spazio,ma anche indietro nel tempo.I suoi
potenti apparecchi fotografici possono percepire lo
scintillio di universi-isole lontani 500 milioni di
anni-luce, deboli luci che iniziarono il loro viaggio ad
un'epoca terrestre,in cui i primi vertebrati cominciavano a
strisciare dai caldi mari paleozoici verso i giovani
continenti della terra.Il suo spettroscopio gli dice ancora
come questi enormi sistemi esterni si allontanino verso
l'infinito,al di là della nostra propria galassia,a
velocità incredibili le quali sorpassano i 50.000 km. al
secondo;o più precisamente,essi si allontanavano da noi
con quelle velocità 500 milioni di anni-luce fa.Dove essi
siano «ora» o se pure esistano adesso,noi non lo possiamo
dire.Dividendo il nostro quadro dell'universo in tre
dimensioni soggettive di spazio e una di tempo locale,allora queste galassie esterne non hanno un'esistenza
obiettiva,salvo che come deboli residui di un'antica luce
che ha impressionato le nostre lastre fotografiche.Esse
raggiungono la loro realtà fisica soltanto nell'appropriato
sistema di riferimento,il quale non è altro che lo
spazio-tempo continuo a quattro dimensioni.
L'uomo nella sua breve permanenza sulla
terra ordina egocentricamente gli avvenimenti nella sua
mente in accordo ai suoi sentimenti del passato,del
presente e del futuro.Ma facendo eccezione per l'intimo
della sua propria coscienza,l'universo,l'obiettivo mondo
della realtà,non «avviene» ma semplicemente esiste.Solo un
intelletto cosmico può affermarlo in tutta la sua grandiosa
maestà.Ma può esser rappresentato simbolicamente da un
matematico,come uno spazio-tempo continuo a quattro
dimensioni.È necessario aver afferrato il principio dello
spazio-tempo continuo per comprendere la teoria generale
della relatività e quanto essa dice sulla gravitazione,la
forza invisibile che tiene insieme l'universo determinando
la sua forma e la sua grandezza.
APPENDICE
Nella fisica teorica si seguono spesso
vie diverse per esprimere un dato concetto.La spiegazione
del principio dell'aumento della massa inerziale svolta alle
pagine 65-68 segue uno schema facile da comprendersi,simile
a quelli che comunemente si trovano nei testi di fisica
universitari.I lettori che abbiano qualche conoscenza
matematica possono leggere lo sviluppo di questo principio,dato da Einstein,nel suo libro sulla
Teoria della relatività ristretta e
generale. Ne diamo qui la
parte essenziale,riprodotta col permesso dell'editore Peter
Smith.
«Il più importante risultato di carattere generale al quale
ha condotto la teoria della relatività ristretta è quello
che concerne il concetto di massa.Prima dell'arrivo della
relatività,la fisica riconosceva due leggi di fondamentale
importanza,cioè la legge della conservazione dell'energia e
la legge della conservazione della massa;queste due leggi
fondamentali sembravano del tutto indipendenti l'una
dall'altra.Per mezzo della teoria della relatività si sono
potute riunire in una sola legge...
«In accordo con la teoria della relatività l'energia
cinetica di un punto materiale di massa m non è più data
dalla ben nota espressione:

ma dall'altra:

«Con facili considerazioni si arriva
alla seguente conclusione:un corpo che si muove con la
velocità v,che assorbe un ammontare di energia Eo in forma
di radiazione senza che la sua velocità in questo processo
venga alterata,aumenta conseguentemente la sua energia
della seguente quantità:

«Considerando
l'espressione sopra scritta per la energia cinetica del
corpo,l'energia richiesta dallo stesso risulta:

«Quindi il corpo ha la stessa energia
di un corpo di massa

muoventesi con la velocità v.
Possiamo concludere:se un corpo
assorbe un ammontare di energia Eo,allora la sua massa
inerziale aumenta della quantità
l
La massa inerziale di un corpo non è
costante,ma varia seguendo la variazione dell'energia nel
corpo stesso. La massa inerziale di un sistema di corpi può
anche essere ritenuta come misura della sua energia.La legge
della conservazione di massa di un sistema si identifica con
la legge della conservazione dell'energia...»
Per elaborare la teoria della relatività
ristretta Einstein ha studiato il fenomeno del moto ed ha
potuto dimostrare come in verità non esista nell'universo un
punto fisso di riferimento,per mezzo del quale l'uomo possa
determinare il moto «assoluto» della terra o di ogni altro
sistema in moto.Il moto può esser rilevato solo come
variazione di posizione rispetto ad un altro corpo.Noi
sappiamo,ad esempio,che la terra gira attorno al sole alla
velocità di 32 km. al secondo.Il variare delle stagioni
dimostra questo fatto.Ma fino a quattrocento anni fa gli
uomini pensavano che la posizione variabile del sole nel
ciclo rivelasse il movimento del sole attorno alla terra,e
con questo concetto gli antichi astronomi svilupparono un
complicato sistema di meccanica celeste,che permetteva loro
di predire tutti i maggiori fenomeni celesti.La loro
ipotesi era naturale,poiché noi non possiamo percepire il
nostro moto attraverso lo spazio;inoltre nessun esperimento
fisico ha mai provato che la terra si muove.(Si deve
però ricordare che le osservazioni astronomiche
dell'aberrazione e della parallasse delle stelle fisse
provano il moto della terra attorno al sole,mentre
l'esperienza del pendolo di Foucault prova il moto di
rotazione della terra attorno al suo asse).Mentre tutti
gli altri pianeti,stelle,galassie e sistemi in moto
nell'universo,cambiano incessantemente posizione,i loro
moti sono osservabili solo l'uno in relazione con l'altro.Se tutti gli oggetti dell'universo fossero rimossi eccetto
uno, nessuno potrebbe dire se questo unico oggetto residuo
sia in quiete od in corsa attraverso lo spazio vuoto alla
velocità di 150.000 km. al secondo.Il moto è uno stato
relativo,a meno che esista qualche sistema di riferimento
al quale esso si possa collegare:è senza significato
parlare del moto di un singolo corpo.
Poco tempo dopo la pubblicazione della teoria della
relatività ristretta,Einstein cominciò a pensare se non vi
fosse veramente un genere di moto il quale si possa
considerare «assoluto»,deducendolo dall'effetto fisico che
esso esercita sullo stesso sistema in moto,senza la
necessità di riferirsi ad alcun altro sistema.Per esempio
un osservatore in un treno,che marci senza scosse,è
incapace di rilevare con esperimenti eseguiti nell'interno
del treno,se egli è in moto o in quiete.Ma se il
macchinista aziona improvvisamente il freno o apre lo
scappamento a vapore,egli avrà la sensazione,dalla scossa
che ne risulta,del cambiamento della sua velocità.Così pure
se il treno entra in una curva,egli percepirà,dalla
spinta verso l'esterno del suo corpo il quale oppone
resistenza al cambio di direzione,che il cammino del treno
ha subito in qualche modo una variazione.Quindi,ragionò Einstein,se un solo oggetto esistesse in tutto l'universo —
la terra,per esempio — e d'un tratto esso cominciasse a
girare con moto irregolare,i suoi abitanti si
accorgerebbero in modo poco piacevole del loro moto.Questo
fatto ci suggerisce che il moto non uniforme,come quello
prodotto dalle forze e dalle accelerazioni,può esser
considerato come «assoluto».Ci da altresì l'idea che lo
spazio vuoto possa servire come sistema di riferimento entro
il quale sia possibile distinguere il moto assoluto.
Per Einstein,il quale manteneva la sua convinzione che lo
spazio non fosse nulla e il moto fosse relativo, l'apparente
carattere unico del moto non uniforme era molto
sconcertante.Nella teoria della relatività ristretta egli
aveva premesso il semplice asserto che le leggi della natura
sono le stesse per tutti i sistemi muoventisi di moto
uniforme l'uno rispetto all'altro.Sempre convinto della
armonia universale della natura,si rifiutava di credere che
ogni sistema in uno stato di moto non uniforme dovesse
essere un sistema distinto dagli altri,nel quale le leggi
della natura sono diverse.Perciò a fondamentale premessa
della sua teoria generale della relatività,enunciava il
principio:«le leggi della natura sono uguali per tutti i
sistemi senza riguardo al loro stato di moto».Nello
sviluppare questa tesi egli venne a scoprire nuove leggi per
la gravitazione,le quali rivoluzionarono la maggior parte
dei concetti che per trecento anni la mente umana si era
formata dell'universo.
Il trampolino di Einstein fu la legge di inerzia di Newton,(Il principio d'inerzia fu chiaramente intuito da
Leonardo da Vinci(codice sul volo degli uccelli)e
formulato da Galileo Galilei nel Dialogo sopra i due Massimi
Sistemi del Mondo), la quale,come è noto ad ogni
studente di scuola media,afferma che ogni corpo continua
nel suo stato di quiete o di moto uniforme in linea retta,a
meno che esso non sia costretto ad alterare questo stato da
forze che gli vengono trasmesse.È proprio l'inerzia quella
che provoca le nostre sensazioni,quando un treno rallenta
od accelera subitaneamente od entra in una curva.Per il
nostro corpo è necessario continuare il moto uniforme in
linea retta,e quando il treno imprime una forza opposta su
di noi,la proprietà chiamata «inerzia» tende ad opporsi a
tale forza.È sempre l'inerzia che fa sbuffare la locomotiva
e contrasta l'accelerazione di un lungo treno merci.
Questi fatti conducono ad un'altra considerazione.Se i
carri ferroviari sono carichi di merce,la locomotiva si
sforza di più e consumerà quindi più carbone che se i carri
fossero vuoti.Perciò Newton alla legge d'inerzia ne
aggiunse una seconda enunciando che l'ammontare di forza
necessaria ad accelerare un corpo dipende dalla sua massa;inoltre che se la stessa forza viene applicata a due corpi
di massa diversa,maggiore accelerazione si avrà nel corpo di
massa minore e viceversa per quello di massa maggiore.L'esistenza di questo principio è provata in tutta la serie
delle quotidiane esperienze umane,dallo spingere una
carrozzina da bambino,allo sparo di un cannone.Generalizza
semplicemente il fatto ovvio che si può lanciare una palla
da tennis più lontano e più veloce di quanto si possa fare
con una palla da cannone.
Esiste però una speciale circostanza nella quale sembra non
vi sia nulla in comune fra l'accelerazione di un corpo in
movimento e la sua massa.Una palla da tennis ed una da
cannone raggiungono esattamente lo stesso valore di
accelerazione quando «cadono».Galileo scoprì per primo
questo fenomeno provando con l'esperienza che, trascurando
la resistenza dell'aria,tutti i corpi cadono con la stessa
velocità,senza riguardo alle loro dimensioni o
composizione.Una palla da tennis ed un fazzoletto cadono a
velocità diverse,solo perché il fazzoletto offre una
maggiore superficie alla resistenza dell'aria.Ma oggetti di
forma paragonabile,come una palla di marmo,una di gomma,ed
una da cannone,cadono con la stessa velocità.Nel vuoto il
fazzoletto e la palla da cannone cadrebbero insieme l'uno
accanto all'altra.Questo fenomeno sembra violare la legge
d'inerzia di Newton.Infatti se tutti gli oggetti cadono in
senso verticale,senza riguardo alla loro grandezza o massa,come mai quando questi stessi oggetti sono proiettati
orizzontalmente da una forza uguale,si muovono a velocità
che dipende precisamente dalla loro massa?Sembrerebbe che
il fattore dell'inerzia agisca soltanto in un piano
orizzontale.
La soluzione di questo dubbio è data da Newton nella sua
legge di gravita,la quale enuncia semplicemente come la
forza misteriosa,mediante la quale un corpo materiale ne
attira un altro,cresce con la massa dell'oggetto che esso
attira.Quanto maggiore è la massa,tanto più forte è
l'azione della gravita.Se un oggetto è piccolo la sua
inerzia,o tendenza a resistere al moto,è piccola,ma la
forza esercitata su di esso dalla gravita è anch'essa
piccola.Se un oggetto è grande la sua inerzia è grande,ma
la forza che la gravita esercita su di esso è anch'essa
grande.Quindi la gravita agisce proprio con la forza
esattamente necessaria per vincere l'inerzia di un oggetto.Ecco perché tutti gli oggetti cadono alla stessa velocità
senza riguardo alla loro massa inerziale.
Questa notevole coincidenza — il perfetto equilibrio fra
gravita ed inerzia — fu accettata come atto di fede,ma non
fu mai né compresa,né spiegata per tre secoli dopo
Newton.Dai concetti newtoniani sono nate tutta la meccanica
e la ingegneria moderna,ed i cicli sembrano governati in accordo
con le sue leggi.Le scoperte di Einstein hanno la loro
origine da una pregiudiziale sfiducia nel dogma e dal suo
dissenso da molte ipotesi di Newton.Egli mise in dubbio che
l'equilibrio fra gravita ed inerzia fosse solo una
coincidenza della natura.E respinse pure l'idea della
gravita come forza che possa esser esercitata
istantaneamente,attraverso grandi distanze.L'idea che la
terra possa agire lontano nello spazio ed attrarre un
oggetto verso di sé,con una forza miracolosa ed invariabile
eguale alla resistenza d'inerzia di questo oggetto,apparve
ad Einstein molto improbabile.Da questi suoi dubbi egli ha
ricavato una nuova teoria della gravita,la quale,come
l'esperienza dimostra,presenta un più accurato quadro della
natura di quello offertoci dalle classiche leggi di Newton.
Einstein con il suo consueto modo di ragionare creativo si è
costruito la scena con una situazione immaginaria.I
particolari,certo,sono stati senza dubbio intravisti anche
da molti altri sognatori in sonni agitati o in momenti di
insonnia.Egli ha immaginato un altissimo edificio e dentro
di esso un ascensore al quale si siano rotti i cavi di
sostegno e cada liberamente.Entro l'ascensore un gruppo di
fisici,non turbati dal pensiero che la caduta possa finire
in un disastro,compiono degli esperimenti.Essi tirano
fuori dalle loro tasche alcuni oggetti:una penna
stilografica, una moneta,un mazzo di chiavi e li lasciano
cadere aprendo le mani.Ma nulla avviene.La penna,la
moneta e le chiavi sembrano agli uomini chiusi
nell'ascensore come sospese nell'aria,perché tutti questi
oggetti cadono assieme all'ascensore ed agli uomini proprio
alla stessa velocità,in accordo con la legge di Galileo.Ma
poiché gli uomini nell'ascensore non sanno quello che è
accaduto,essi possono spiegare lo strano fatto con diverse
ipotesi.Così possono credere di essere stati trasportati
per effetto di forze magiche al di fuori del campo
gravitazionale terrestre,e di trovarsi sospesi nello spazio
vuoto.I fisici hanno buone ragioni per credere ciò;se uno
di essi proverà a fare un salto nell'ascensore salirà
dolcemente verso il soffitto con una velocità proporzionale
alla vigoria del suo salto.Muovendo la sua penna o le sue
chiavi in una direzione qualsiasi,questi oggetti
continueranno a spostarsi di moto uniforme in quella
direzione fino a che non urteranno la parete dell'ascensore.Tutto apparentemente obbedisce alla legge di inerzia,o
continua nel suo stato di quiete,o di moto uniforme in
linea retta.L'ascensore è diventato in qualche modo un
sistema inerziale,e in nessun modo gli uomini all'interno
potranno riconoscere se essi cadono in un campo
gravitazionale o se fluttuano semplicemente in uno spazio
vuoto,liberato da tutte le forze esterne.Einstein cambia
ora la scena.I fisici si trovano ancora nell'ascensore,ma
questa volta si trovano veramente nello spazio vuoto,molto
lontani dalla forza di attrazione di ogni corpo celeste.Un
cavo è attaccato al tetto dell'ascensore.Una forza
soprannaturale comincia a tirare il cavo;l'ascensore si
sposta verso l'alto con accelerazione costante via via
sempre più veloce.Di nuovo le persone nell'ascensore non
hanno alcuna idea del punto dove si trovano,ed effettuano
degli esperimenti per determinare la loro posizione.Questa
volta si accorgono che i loro piedi posano solidamente sul
pavimento.Se essi provano a saltare non salgono verso il
soffitto,perché il pavimento li segue.Se abbandonano
alcuni oggetti,questi sembrano cadere.Se li lanciano in
direzione orizzontale essi non si muovono uniformemente in
linea retta,ma descriveranno una curva parabolica rispetto
al pavimento.Gli scienziati dunque,i quali non hanno la
minima idea che il loro veicolo senza finestre sale ora
attraverso lo spazio interstellare, concludono di trovarsi
in circostanze comuni,in una stanza in quiete,rigidamente
attaccati alla terra e soggetti in misura normale alla forza
di gravita.In nessun modo essi possono dire se sono
immobili in un campo gravitazionale o salgono con
accelerazione costante attraverso gli spazi interplanetari
dove non esistono forze gravitazionali.Lo stesso dilemma si
presenterebbe a loro se il luogo dove si trovano fosse
attaccato al bordo di un'enorme giostra ruotante in qualche
punto dello spazio.Essi percepirebbero una strana forza che
cerca di trascinarli fuori dal centro della giostra,un
pedante osservatore dall'esterno potrebbe identificare
subito questa forza come inerzia (o, come si dice nel caso
di oggetti ruotanti,«forza centrifuga»).Ma le persone
dentro l'ascensore,le quali,come al solito, ignorano la
loro strana condizione,attribuiranno tale forza alla
gravita.Se, infatti,nell'interno del loro ambiente non vi
è alcun oggetto,nulla potrà indicare loro qual è il
pavimento e quale il soffitto,eccezion fatta per la forza
che li trascina verso una delle sue superfici interne.Quello che un osservatore all'esterno potrà chiamare la
«parete esterna» della stanza girevole,diventerà il
«pavimento» della stessa per le persone all'interno.Un
momento di riflessione ci fa palese come non esista né «su»
né «giù» nello spazio vuoto.Quanto sulla terra chiamiamo
«giù» è semplicemente la direzione della gravita.Ad una
persona sul sole gli Australiani,gli Africani e gli
Argentini appariranno con la testa all'ingiù nell'emisfero
sud.Parimente il volo dell'ammiraglio Byrd sopra il Polo
Sud era una finzione geometrica;di fatto egli volò
arrovesciato sotto al polo.E così le persone,dentro il
locale della giostra, troveranno che tutti i loro
esperimenti arrivano a risultati esattamente uguali a quelli
eseguiti quando la loro stanza era lanciata «verso l'alto»
attraverso lo spazio.I loro piedi sono posati saldamente
sul pavimento,gli oggetti solidi cadono.E una volta di più
essi attribuiscono questi fenomeni alla forza di gravita e
credono di trovarsi in quiete in un campo gravitazionale.
Da queste fantasiose immagini Einstein dedusse una
conclusione di grande importanza teorica.Dai fisici è
conosciuta come il «principio di equivalenza della gravità e
dell'inerzia».Afferma semplicemente che non esiste alcun
modo per distinguere il moto prodotto da forze inerziali
(accelerazione, rinculo, forza centrifuga, ecc.),da quello
prodotto dalla forza di gravita.La validità di questo
principio è evidente per gli aviatori;in un aeroplano è
impossibile separare gli effetti di inerzia da quelli della
gravità.La sensazione fisica di uscire da una picchiata è
esattamente la stessa di quella prodotta dall'eseguire una
secca virata a grande velocità.In ambedue i casi si
manifesta il fattore conosciuto dall'aviatore come «peso G»
(carico gravitazionale),col sangue che sembra uscir fuori
dalla testa ed il corpo attratto con violenza verso il
sedile.Per il pilota,il quale esegue il «volo cieco» e
senza strumenti,la identica natura di questi effetti può
produrre conseguenze molto serie e alle volte anche fatali.
In questo principio,il quale contiene la chiave di volta
della relatività generale,Einstein ha trovato una risposta
all'enigma della gravita ed al problema del moto «assoluto».Ha dimostrato che non vi è nulla di unico e di «assoluto»,se
ben si considera,nel moto non uniforme;poiché gli effetti
del moto non uniforme,i quali si suppone rivelino lo stato di moto di un corpo,anche se esso esiste da solo
nello spazio,non si possono discriminare dagli effetti
della gravita.Nel caso,per esempio,della giostra,quello
che un osservatore identifica come l'effetto della inerzia o
della forza centrifuga e quindi come effetto del moto,un
altro osservatore lo potrà identificare come la familiare
attrazione della gravita.Ogni altro effetto inerziale,prodotto da un cambiamento di velocità o di direzione, può
esser ascritto altrettanto bene ad una variazione o
fluttuazione del campo gravitazionale.Il principio
fondamentale della relatività resta incrollabile:il moto,sia uniforme sia non uniforme,può esser giudicato soltanto
con riferimento a qualche sistema;il moto assoluto non
esiste.
La gravita può dirsi la spada con la quale Einstein ha
ucciso il drago del moto assoluto.Ma che cosa è la gravità?La gravità di Einstein è cosa del tutto diversa dalla
gravità di Newton.Non è una «forza».L'idea che i corpi
materiali possano «attrarsi» vicendevolmente è,secondo Einstein,una illusione nata e cresciuta da un concetto
meccanico della natura del tutto sbagliato.Fino a tanto che
si concepisce l'universo come una grande macchina,è
naturale pensare che le sue varie parti possano esercitare
una forza reciproca.Ma quanto più profondamente la scienza
si porta verso la realtà,tanto più chiaramente viene
dimostrato che l'universo non si può in alcun modo
identificare con una macchina.La legge di gravità di
Einstein nulla contiene che si riferisca alla forza.Essa
descrive il modo di comportarsi degli oggetti in un campo
gravitazionale — i pianeti,per esempio — non in termini di
«attrazione» ma solo in rapporto alle orbite seguite.
Per Einstein la gravità è semplicemente
parte dell'inerzia;i movimenti dei pianeti e delle stelle
provengono dalla loro inerzia inerente;il corso da essi
seguito è determinato dalle proprietà metriche dello spazio
o,più propriamente detto,dalle proprietà metriche del
continuo spazio-tempo.
Sebbene questo concetto sembri molto astratto ed anche
paradossale,diventa del tutto chiaro quando si accantoni la
teoria che i corpi materiali possano esercitare una
reciproca forza fisica attraverso milioni di chilometri di
spazio vuoto.Questo concetto dell'«astrazione a distanza»
ha messo in imbarazzo,gli scienziati fino dal tempo di
Newton. Esso suscita una particolare difficoltà,per
esempio,nel comprendere i fenomeni elettrici e magnetici.Oggi gli scienziati non affermano più che un magnete
«attira» un pezzo di ferro per mezzo di una istantanea
azione misteriosa a distanza.Essi dicono,piuttosto,che il
magnete crea una determinata condizione fisica nello spazio
attorno ad esso,quello che si chiama un «campo magnetico».Questo agisce sul ferro e produce il fenomeno che si può
prevedere.Ogni studente dei primi corsi scientifici sa come
si presenta un campo magnetico,perché esso può esser reso
visibile col semplice esperimento della limatura di ferro
sparsa su di un cartoncino tenuto sopra il magnete.Un campo
magnetico e un campo elettrico sono realtà fisiche.Essi
hanno una struttura ben definita e questa è rappresentata
dalle equazioni di campo di James Clerk Maxwell,le quali
hanno aperto la via a tutte le scoperte dell'ingegneria
elettrotecnica e radiotecnica del secolo passato.Un campo
gravitazionale è una realtà fisica quanto un campo
elettromagnetico e la sua struttura è definita dalle
equazioni di campo di Albert Einstein.

Maxwell e Faraday enunciarono che un magnete crea certe
proprietà nello spazio circostante;Einstein,da parte sua,è giunto alla conclusione che stelle,satelliti ed altri
oggetti celesti determinano singolarmente le proprietà dello
spazio attorno a sé.Proprio come il movimento di un pezzo
di ferro in un campo magnetico è guidato dalla struttura di
questo campo,così il cammino di ogni corpo in un campo
gravitazionale è determinato dalla geometria del campo
stesso.La differenza fra le idee di Newton e quelle di Einstein sulla gravità è stata talvolta illustrata
dall'esempio di un bambino,che gioca con delle palline di
marmo in un cortile.Il terreno è assai disuguale e pieno di
buche e mucchi di terra.Un osservatore alla finestra del
decimo piano di una casa guardando all'ingiù non potrebbe
distinguere le irregolarità del terreno.Osservando che le
palline sembrano evitare certe parti del terreno,spostandosi invece verso altri punti,potrebbe credere che
una « forza » agisca in modo da respingere le palline da
quei punti,mentre vengono attratte verso certi altri.Un
secondo osservatore che si trovi nel cortile percepirebbe
che il corso delle palline è semplicemente soggetto alle
irregolarità del terreno,cioè alla curvatura del campo.In
questo esempio Newton è l'osservatore del decimo piano,il
quale immagina l'azione di una «forza»,e Einstein è
l'osservatore sul terreno,il quale non ha nessuna ragione
per fare una tale ipotesi.Le leggi della gravità di Einstein,quindi,descrivono semplicemente le proprietà del
campo nel continuo spazio-tempo.Specificamente un gruppo di
queste leggi stabilisce la relazione fra la massa del corpo
gravitante e la struttura del campo attorno ad esso;queste
vengono chiamate «leggi di struttura».Un secondo gruppo
analizza,il percorso descritto dai corpi in movimento nei
campi gravitazionali:sono le «leggi del moto».
Non si deve pensare che la teoria della gravita di Einstein
sia solo uno schema formale matematico.Invero essa è basata
su ipotesi di un profondo significato cosmico.La più
importante di queste ipotesi è che l'universo non è un
edificio rigido ed immutabile nel quale è situata la materia
indipendente in uno spazio e tempo indipendenti;esso al
contrario è un continuo amorfo senza una determinata
architettura,plastico e variabile,continuamente soggetto a
cambiamenti e distorsioni.Ovunque vi è materia e moto,il
continuo è perturbato;come un pesce che nuota nel mare
agita l'acqua intorno a sé,così una stella,una cometa,o
una galassia altera la geometria dello spazio-tempo in cui
si muove.
Applicate ai problemi astronomici le leggi di gravita di
Einstein danno risultati simili a quelli scoperti da Newton.Se i risultati si corrispondessero in ogni caso,gli
scienziati potrebbero contentarsi di conservare i concetti
familiari della legge di Newton,ed eliminare la teoria di Einstein come una incomprensibile,originale fantasia.Ma
parecchi strani, nuovi fenomeni sono venuti alla luce,ed
almeno un antico problema ha trovato la soluzione,unicamente sulla base della relatività generale.Tale
problema era quello dello strano comportamento del pianeta
Mercurio.Invece di percorrere la sua orbita ellittica con
la regolarità degli altri pianeti,Mercurio devia ogni anno
dal suo corso di una piccola quantità,ma sconcertante;gli
astronomi hanno discusso a lungo per scoprire la ragione di
tale perturbazione, ma non hanno trovato nessuna soluzione.

La rotazione dell'orbita
ellittica di Mercurio,grandemente esagerata.In verità
l'ellisse avanza solo di 43 secondi di arco per secolo.Fonte:http://www.italysoft.com/curios/einstein/index.php |
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