ATLANTE SEGRETO...

IL PRINCIPIO DI INDETERMINAZIONE DI HEISENBERG
di Giuseppe
Badalucco
per Edicolaweb Fonte:http://www.edicolaweb.net/
Nel 1927 il fisico Werner Heisenberg
scoprì che la natura probabilistica delle leggi che regolano la
fisica quantistica poneva notevoli limiti alla conoscenza dello
stato effettivo di un sistema atomico.

Secondo la fisica classica lo stato di un corpo in movimento può
essere in qualunque momento suscettibile di misurazioni quantitative
che riguardano la sua velocità e la sua posizione rispetto ad un
sistema iniziale di riferimento.
Heisenberg, sulla base delle scoperte realizzate in quegli anni dai
suoi illustri colleghi come de Broglie, Bohr e altri, suppose invece
che a livello subatomico la velocità e la posizione di una
particella in movimento siano sempre del tutto indeterminati, cioè
rimangono sempre indefinite.
Tale principio, che fu definito di indeterminazione, postula
che quanto maggiore è l'accuratezza nella misurazione della
posizione di una particella subatomica, tanto minore è la precisione
inerente alla misurazione della velocità e viceversa.
L'interazione della realtà fisica degli strumenti di misurazione
sulla realtà microscopica del mondo subatomico appare come una
perturbazione notevole che incide sulle variabili oggetto di
misurazione.
Gli strumenti di misurazione hanno una incidenza tale per cui la
misurazione della velocità crea una perturbazione della particella
che risulta del tutto indeterminata la posizione e viceversa.
Sotto questo aspetto è importante precisare che la limitazione nella
possibilità di determinare esattamente la posizione e la velocità di
una particella non è l'effetto della sola interazione del mondo
fisico o macroscopico nella realtà atomica o subatomica ma è
piuttosto una proprietà intrinseca della materia che di desume
dall'analisi della struttura atomica della stessa, sulla base dei
principi della fisica quantistica che furono studiati e scoperti
all'inizio del XX secolo.
Si può dire che in alcun modo si può ritenere che in qualsiasi
istante una particella subatomica abbia una posizione e una velocità
determinati.
In termini formali possiamo dire che nella misura simultanea della
posizione x e quantità di moto q di una particella è
impossibile ottenere valori x' e q' con
indeterminazione infinitesima a piacere.
Detto in altri termini:

se
x
e
q
indicano rispettivamente l'indeterminazione in x e q,
cioè esprimono matematicamente una variazione infinitesimale della
posizione spaziale della particella e della sua velocità e quindi
indicano in linguaggio matematico l'indeterminazione nella
misurazione di tali variabili, appunto perché l'errore è dato da una
misurazione infinitesimale errata delle variabili in oggetto,
allora deve esistere una relazione tale per cui:

x
q
h

dove h è la costante di Planck pari a circa 6,63x10-34
Joules.
Allo stesso modo per quanto riguarda la relazione energia-tempo, in
base al principio di indeterminazione, è impossibile determinare
l'esatto valore dell'energia di una particella durante
un'osservazione che duri un tempo infinitesimo
t
con un margine d'incertezza inferiore a
E,
data la relazione:

E
t
h

Questa indica che in nessun caso si può affermare che in un dato
istante una particella abbia una quantità di energia definita
(Indeterminazione energia-tempo).
È importante inoltre capire che il principio di indeterminazione di
Heisenberg è valido per tutta la realtà del mondo fisico, cioè è
valido per qualsiasi oggetto, ma in realtà ha conseguenze importanti
solo nell'ambito della fisica delle particelle, perché nel caso dei
corpi macroscopici il principio di Heisenberg perde significato a
causa del basso valore della costante h.

LE ORIGINI DELLA MECCANICA QUANTISTICA:
IL PROBABILISMO E L'ACAUSALITÀ
Gli sviluppi realizzati a partire dal XVII-XVIII secolo (Galileo,
Copernico, Newton ecc.) nella fisica avevano creato una serie di
concezioni e tesi deterministiche riguardanti la realtà oggetto di
studio della fisica, secondo cui l'Universo è una macchina perfetta
in cui, a diversi livelli della realtà universale stessa, valgono le
stesse leggi della fisica (la gravitazione universale, studio dei
moti dei corpuscoli ecc.).
Ma all'inizio del XX secolo le certezze degli scienziati
cominciarono ad essere messe in discussione dagli innovativi studi
condotti sulla struttura atomica della materia (tra questi Max
Planck) nei quali gli scienziati cercarono senza successo di
applicare le stesse leggi meccanicistiche al comportamento dei
sistemi atomici e subatomici. Qui si accorsero che nel mondo atomico
gli eventi non fluiscono in modo armonioso e graduale nel tempo ma
avvengono in modo brusco e discontinuo. In questo contesto
microscopico gli atomi riescono ad assumere e liberare energia solo
in forma di pacchetti discreti detti Quanti (da cui il
termine meccanica quantistica).
Ciò spinse gli studiosi a ipotizzare che a livello della struttura
dei sistemi atomici la natura funzioni come un processo
probabilistico, per cui approntarono dei modelli matematici adeguati
per spiegare in termini probabilistici tutte le variabili insite
nello studio della struttura dei sistemi atomici.
Molti studiosi, nel corso del tempo, si sono spinti ad ipotizzare
che lo studio della struttura e trasformazione dei sistemi atomici
possa essere spiegato in termini acausali, secondo cui ogni processo
di disintegrazione dei sistemi instabili avrebbe una natura
assolutamente casuale o spontanea che non avrebbe spiegazioni
causali.
Allo stesso tempo gli studi realizzati all'inizio del XX secolo (de
Broglie, Bohr, Heisenberg, Schrodinger ecc.) dimostrarono che
possibilmente l'Universo non può più essere considerato come una
sommatoria di oggetti fisici nello spazio vuoto, ma piuttosto come
una rete inestricabile di energia che subisce fluttuazioni quantiche
continue in spazi e tempi infinitesimali.
In questo contesto culturale rivoluzionario, che ancora oggi mette
in difficoltà molti studiosi, la fisica quantistica crebbe quindi
sulla base di alcuni principi fondamentali tra i quali possiamo
annoverare i seguenti:
- non esiste una realtà oggettiva della materia, ma solo delle
realtà di volta in volta create dalle misurazioni dell'uomo;
- le dinamiche evolutive dei sistemi atomici e subatomici sono
caratterizzate dall'acausalità;
- è possibile che in determinate condizioni la materia possa
scaturire dal "nulla" o "comunicare a distanza";
- lo stato oggettivo della materia sarebbe caratterizzato da
una sovrapposizione di più strati.
Da un punto di vista prettamente filosofico una delle conseguenze
più sconvolgenti della fisica quantistica (di cui forse gli stessi
studiosi inizialmente non si resero conto) è quella per cui si
ipotizzi che la realtà fisica oggettiva della materia esiste solo a
fronte delle misurazioni compiute dall'uomo con i suoi esperimenti.
L'evidente differenza rispetto alle altre rivoluzioni scientifiche,
che avevano rilegato l'uomo ai margini del Cosmo, è che la
rivoluzione quantistica riporta l'uomo al centro dell'Universo,
spingendo alcuni studiosi a pensare che addirittura la fisica
quantistica possa aver risolto almeno in parte i problemi inerenti
il rapporto tra la materia, lo spirito e la mente umana. Ciò in
quanto l'introduzione dei processi di misura quantistica sia una
modalità di costruzione della realtà umana in rapporto al microcosmo
e al macrocosmo.

FORMULAZIONE SPERIMENTALE E MATEMATICA
DEL PRINCIPIO DI INDETERMINAZIONE
Vediamo in che modo Heisenberg giunse alla formulazione del
principio di indeterminazione nei suoi studi pubblicati nel 1927.
L'esperimento ideale di Heisenberg partì dalla formulazione di un
insieme di ipotesi.
Immaginiamo di avere la seguente situazione:
- presenza di un ambiente chiuso in cui sia possibile ricreare
il vuoto assoluto;
- una macchina in grado di lanciare nel vuoto gli elettroni;
- una sorgente luminosa in grado di emettere fotoni a piacere
in numero variabile e di qualsiasi frequenza;
- un microscopio in grado di rendere visibile e di osservare
qualsiasi frequenza.
Heisenberg ipotizzò di lanciare nel vuoto un elettrone cercando
così, utilizzando le leggi della fisica classica, di misurarne
perfettamente la velocità e la traiettoria in un istante preciso.
Secondo le leggi della fisica l'elettrone dovrebbe avere una
traiettoria che grosso modo ricorda quella di un arco di parabola:


Figura 1

Per poter visualizzare la traiettoria dell'elettrone occorre
interagire con esso attraverso i fotoni che devono essere presenti
nella stanza in modo da illuminare l'elettrone, ma l'interazione
fotone-elettrone comporta nel mondo subatomico delle conseguenze
notevoli se si considera che lo scambio di energia tra queste
particelle è dello stesso ordine di grandezza.
Quindi, se si ipotizza di colpire un elettrone con un fotone nella
speranza di poterne visualizzare traiettoria e misurarne la
velocità, dato il notevole scambio di energia che ne deriva, dopo
tale urto la traiettoria dell'elettrone sarà completamente
perturbata, cioè l'elettrone avrà completamente cambiato la sua
traiettoria originaria ed anche la sua velocità.
Osservando l'elettrone per diversi istanti al microscopio si
otterrebbe una traiettoria a zig-zag come quella della figura
seguente:


Figura 2

In particolare si può dire che, pur essendo determinata la posizione
dell'elettrone, risulterebbe completamente indeterminata la
traiettoria della particella.
Da ciò si deduce che è impossibile determinare con esattezza e
simultaneamente la posizione e la velocità di un elettrone ed in
genere di tutte le particelle subatomiche.
In termini formali è possibile calcolare la relazione matematica che
descrive lo stato dell'indeterminazione. Indicando con x la
posizione dell'elettrone e con q la sua quantità di moto
(cioè la sua velocità) risulta che
x
è l'indeterminazione della posizione. Questa è pari alla lunghezza
d'onda
(leggi lambda) del fotone.
Indichiamo invece con
q
l'indeterminazione della velocità e sappiamo che anche la sua
indeterminazione dipende da
,
in modo tale che quanto maggiore è l'energia trasportata dal fotone,
tanto maggiore sarà l'energia scambiata con l'elettrone.
Per cui risulta:


dalle due relazioni risulta:


Da cui, applicando le formule relative alla quantità di moto e alla
costante di Planck, si ottiene la formula definitiva del principio
di indeterminazione che è la seguente:


Nella realtà del mondo atomico e subatomico in cui si opera nelle
dimensioni dell'ordine di grandezza di 10-10 m si deduce
facilmente che quando si tratta di questioni atomiche risulta
completamente indeterminata la posizione o la velocità delle
particelle oggetto di misurazione poiché l'ordine di grandezza
dell'indeterminazione è a livello di dimensioni atomiche, per cui
non può essere facilmente trascurata. Infatti se ipotizziamo di
avere un elettrone di massa pari a m = 9,1·10-31
Kg con una velocità v ~2.000.000 m/s (= 2.106
m/s), con un'indeterminazione ipotetica del 10% della velocità, per
cui abbiamo
v
= 0,2.106 m/s. Rispetto a
x
otteniamo:


Come si vede dalla formula applicativa, l'indeterminazione rispetto
alla posizione è dell'ordine di grandezza delle dimensioni atomiche,
per cui è letteralmente impossibile stabilire con precisione la
posizione dell'elettrone all'interno dell'atomo, poiché la fascia di
indeterminazione relativa alla sua posizione è grande all'incirca
quanto la distanza che c'è tra l'orbita e il nucleo dell'atomo.
Da ciò si deduce anche che è impossibile descrivere l'orbita
dell'elettrone intorno al nucleo atomico per gli stessi motivi
legati all'indeterminazione della sua posizione. Appunto per questo
motivo gli studiosi hanno abbandonato il concetto di orbita definita
dell'elettrone intorno al nucleo (che presupponeva la definizione
precisa di valori relativi alla distanza e alla posizione e velocità
dell'elettrone) e hanno introdotto il concetto di orbitale atomico,
inteso come volume di spazio infinitesimo intorno al nucleo entro
cui si trova l'elettrone con probabilità p.
La formulazione teorica del principio di indeterminazione di
Heisenberg indusse lo stesso studioso e i suoi illustri colleghi a
formulare deduzioni e controdeduzioni nel tentativo di risolvere le
conseguenze dell'enorme responsabilità scientifica che derivava
dall'asserzione del principio stesso.
Si pensò allora di ipotizzare che se fosse possibile ridurre
l'energia del fotone sarebbe stato possibile ridurre la
perturbazione potenziale prodotta dall'urto contro l'elettrone in
modo tale da modificarne il meno possibile la traiettoria e la
velocità, così sarebbe stato possibile avvicinarsi il più possibile
all'individuazione più esattamente possibile della posizione e della
velocità di una particella.
Poiché la relazione che esprime l'energia di una particella è data
dall'espressione:

E = hv

si può ipotizzare che per ridurre il valore di E è possibile
agire su v, cioè sulla frequenza rendendola sempre più
piccola, dato h costante. E poiché la frequenza e la
lunghezza d'onda sono tra di loro inversamente proporzionali,
diminuire la frequenza comporta un aumento della lunghezza d'onda:


Figura 3

La conseguenza immediata di una scelta di questo tipo è che variando
la frequenza e quindi la lunghezza d'onda dei fotoni che incidono
sull'elettrone otterremo via via delle immagini con diversa
rappresentatività della traiettoria dell'elettrone, passando dal
caso di un fotone con maggiore energia e quindi frequenza, che
riporta al caso in cui si otterrebbe un'immagine della traiettoria a
zig-zag, fino ad arrivare al caso in cui riducendo la frequenza e
quindi l'energia del fotone si otterrebbe un'immagine in cui si ha
una traiettoria approssimata ma nella quale comunque rimane
impossibile individuare la posizione dell'elettrone:


Figura 4

Da ciò si deduce che: o si dà la posizione di un elettrone,
rimanendo indeterminata la traiettoria dello stesso (vedi Figura
2), oppure si determina la traiettoria ma rimane indeterminata
la posizione (vedi Figura 4).
Esiste comunque una situazione intermedia in cui in linea di
principio è possibile usando una frequenza intermedia individuare
una traiettoria perturbata solo parzialmente e in cui sarà possibile
individuare la posizione dell'elettrone con un piccolo grado di
incertezza:


Figura 5

In tal caso l'elettrone non avrà una traiettoria ben definita ma
resterà confinato entro una certa zona.
Le leggi matematiche della meccanica quantistica e ondulatoria
permisero così di individuare la zona o volume di spazio
infinitesimo intorno al nucleo atomico in cui è possibile che si
trovi con probabilità p l'elettrone.
In base all'equazione di Schrodinger:


una particella in movimento (l'elettrone) può essere rappresentato
da una funzione d'onda (associata all'elettrone) che indichiamo con
la lettera
(leggi psi).
Proprio a causa del principio di indeterminazione di Heisenberg non
siamo in grado di dire in quale punto dell'onda si trovi l'elettrone
ma possiamo calcolare la probabilità di trovare l'elettrone in un
certo punto dell'onda
o meglio in un volume di spazio infinitesimo intorno al nucleo
atomico.
Poiché noi siamo certi che in un atomo (per esempio di idrogeno) vi
è un elettrone intorno al nucleo ciò significa che esiste una
probabilità certa (cioè uguale a 1) di trovare l'elettrone in un
volume di spazio preciso intorno al nucleo. Quindi la probabilità
p a cui abbiamo accennato poc'anzi è qualcosa di
scientificamente concreto e osservabile; e poiché i fisici capirono
che lo stato di un sistema atomico dipende dalla sua funzione d'onda
si giunse ad individuare la funzione di densità di probabilità
nell'espressione:


cioè la probabilità di trovare l'elettrone nella zona di spazio
intorno al nucleo atomico è data dal quadrato di
in modulo (cioè in valore assoluto).
Dato che si tratta di un numero reale tale risulterà anche il valore
di psi al quadrato in modulo, risultando P maggiore o uguale
a zero.
Così si può dire che mentre il valore di
può essere considerato come ampiezza della funzione d'onda, il
valore di
2
può essere considerato come la probabilità di trovare l'elettrone in
uno spazio infinitesimo di coordinate x, y, z; più in particolare si
può dire che se in un punto r (x,y,z) la funzione d'onda ha
ampiezza pari a
,
la probabilità di trovare l'elettrone in un volume infinitesimo di
spazio
x
è proporzionale a
2.
Fu quindi introdotta un'interpretazione di natura
statistico-probabilistica secondo cui la giusta interpretazione
della funzione d'onda comportava la normalizzazione dell'equazione
di riferimento, poiché essa faceva riferimento ad una probabilità,
che può assumere solo valori compresi fra 0 e 1 (maggiori dettagli
nell'articolo "La
struttura della materia").


Figura 6

L'INDETERMINAZIONE ENERGIA-TEMPO
Quanto detto a proposito del principio di indeterminazione,
relativamente al tentativo di determinare la posizione o la velocità
di una particella subatomica, vale anche per la relazione
energia-tempo.
Per comprendere il concetto ipotizziamo di voler determinare
l'energia di un fotone.
Secondo Planck, l'energia di un fotone è direttamente proporzionale
alla frequenza della luce (E = hv): questo significa
che se si raddoppia la frequenza, anche l'energia raddoppia.
Per misurare l'energia occorre quindi misurare la frequenza
dell'onda luminosa, il che si può fare contando il numero di
oscillazioni, il susseguirsi cioè di massimi (creste) e di minimi
(avvallamenti) in un dato intervallo di tempo.
Per poter applicare questa procedura occorre comunque che si
verifichi almeno una oscillazione completa, che richiede un
intervallo di tempo definito. L'onda deve passare da un massimo ad
un minimo, e poi di nuovo tornare a un massimo.
Misurare la frequenza della luce in un tempo inferiore a quello
occorrente per un'oscillazione completa è evidentemente impossibile,
anche in via di principio. Per la luce visibile il tempo occorrente
è ridottissimo (un milionesimo di miliardesimo di secondo). Onde
elettromagnetiche con lunghezze d'onda maggiore e frequenza minore,
come le onde radio, possono richiedere qualche millesimo di secondo
per compiere un'oscillazione completa. I fotoni delle onde radio
hanno, in confronto, un'energia molto bassa mentre i raggi gamma
oscillano migliaia di volte più rapidamente della luce e le energie
dei fotoni sono maggiori di migliaia di volte.
Quanto detto ci permette di capire che vi è un limite fondamentale
alla precisione con cui è possibile misurare la frequenza di un
fotone (e quindi la sua energia) in un dato intervallo di tempo. Se
l'intervallo è inferiore a un periodo dell'onda, l'energia risulta
essere indeterminata; ciò dimostra che esiste quindi una relazione
di indeterminazione che lega l'energia al tempo, identica a quella
già vista precedentemente per posizione e quantità di moto.
Per avere una determinazione esatta dell'energia si deve effettuare
una misurazione "relativamente lunga", ma, se ciò che ci interessa è
invece l'istante in cui si verifica un evento, lo si potrà
determinare in modo esatto solo a spese dell'informazione
sull'energia. Ci si trova così a dover scegliere tra l'informazione
sull'energia e l'informazione sul tempo, che presentano
un'incompatibilità analoga a quella per posizione e moto.
Questa nuova relazione di indeterminazione ha conseguenze molto
importanti.
Va precisato ancora una volta che i limiti alle misurazioni sia di
energia che di tempo, sia di posizione e quantità di moto, non sono
semplici insufficienze tecnologiche, ma proprietà assolute e
intrinseche della natura.
In nessun senso secondo la meccanica quantistica si può pensare che
un fotone (o un elettrone) possieda realmente un'energia ben
definita in un dato istante. Per i fotoni energia e tempo sono due
caratteristiche inconciliabili; quale delle due si manifesti con
maggior precisione dipende solo dalla natura della misurazione che
si sceglie di effettuare. In termini formali dalla relazione:


deriva che
E=
h/
t.
Da questa formula si vede che quanto più
t
diventa piccolo (cioè più tende a 0) più
E
diventa grande (cioè tende all'infinito).

L'EFFETTO TUNNEL QUANTISTICO
Dalla fisica classica sappiamo che un corpuscolo o una particella
può superare un determinato ostacolo o barriera potenziale che si
oppone ad esso solo se possiede sufficiente energia che le permette
di far verificare l'evento atteso (e ciò accade anche
nell'esperienza del macrocosmo, cioè nella realtà umana).
Questa situazione esistente nella fisica classica non è ammissibile
per la fisica quantistica.
Infatti, se è pur vero che nell'ambito dei processi fisici reali la
possibilità di compiere un dato processo è sempre strettamente
legata all'energia impiegata, poiché per portare a compimento un
determinato evento (un movimento, una reazione ecc.) occorre fornire
al sistema iniziale un'energia sufficiente senza la quale il
fenomeno non può avvenire, la fisica quantistica ha dimostrato che
in un sistema atomico, per effetto dell'indeterminazione
energia-tempo e per tempi dell'ordine del miliardesimo di
trilionesimo di secondo una particella può acquisire l'energia
necessaria per compiere il fenomeno atteso dall'ambiente circostante
per poi rilasciarla al sistema stesso.
Nell'ambito degli effetti temporali previsti dalla scala quantistica
quando ciò accade non viene violata nessuna legge, anche se la legge
di conservazione dell'energia subisce delle alterazioni
infinitesimali (trascurabili) per cui la particella ottiene
l'energia sufficiente ad oltrepassare una barriera potenziale che
altrimenti non potrebbe superare, per poi rilasciarla
istantaneamente in modo da riportare in equilibrio il bilancio
energetico del sistema.
Qui sotto è possibile vedere l'evoluzione di un pacchetto di onde
associate ad un gruppo di particelle che incontrano una barriera
potenziale (per esempio può trattarsi della giunzione di un diodo):


Figura 7

Le particelle che si trovano nel pacchetto d'onda non dispongono
teoricamente (secondo la fisica classica) dell'energia sufficiente
per superare tale barriera potenziale. Nonostante ciò riescono, per
effetto tunnel, a superarla agevolmente.
È interessante notare che l'effetto tunnel quantistico è alla base
di alcuni fenomeni come il tunneling elettronico e la radioattività.

LA FISICA QUANTISTICA E LE FLUTTUAZIONI NEL VUOTO
Tra le conseguenze più importanti e rivoluzionarie delle teorie
quantistiche e in particolare dell'indeterminazione energia-tempo e
del tunnel quantistico vi sono una serie di sviluppi che, pur
mantenendosi nel campo delle ipotesi, hanno inciso notevolmente
sullo studio e sull'analisi dei fenomeni della fisica atomica e
subatomica. Sviluppi che riguardano la relazione esistente tra
l'energia, il tempo, la struttura delle particelle elementari, la
struttura del vuoto e la cosmologia quantistica, in un mix di teorie
innovative che hanno gettato una luce nuova non solo nello studio
delle particelle subatomiche ma anche su quelli che potrebbero
essere i tentativi di spiegare le origini stesse dell'Universo.
Per effetto dell'indeterminazione energia-tempo in un sistema
atomico si ipotizza, sulla base anche dei risultati sperimentali
ottenuti dagli studiosi, che per brevissimi intervalli di tempo,
dell'ordine del miliardesimo di trilionesimo di secondo, la legge di
conservazione dell'energia subisca un'alterazione in modo tale che
vi siano delle fluttuazioni di energia (dette appunto fluttuazioni
nel vuoto).


Figura 8

In questo contesto infinitesimale un elettrone e la sua particella
di antimateria corrispondente (positrone) sbucherebbero
letteralmente dal "nulla", cioè dal vuoto, in modo tale da
interagire tra di loro, congiungendosi, per poi svanire nel nulla.
Le conseguenze di queste azioni sono notevoli poiché nel lasso di
tempo infinitesimale in cui queste particelle si formano e
interagiscono fra di loro operano a livello delle leggi di
attrazione, repulsione, elettromagnetismo.
Lo sviluppo e la formazione di questi fenomeni subatomici rilevanti
da un punto di vista teorico ha fornito una chiave di lettura nuova
ai fisici in merito alla comprensione della natura dell'Universo e
dello spazio vuoto.
Secondo molti studiosi lo spazio vuoto esistente nell'Universo, a
livello subatomico, è formato da un oceano di particelle subatomiche
che in realtà interagiscono tra di loro creando continuamente
fluttuazioni di energia.
L'Universo potrebbe essere visto, per usare un'immagine figurata,
come la superficie del mare vista dall'alto. Dalla posizione di
osservazione sembra che la superficie del mare sia uniforme, ma se
potessimo guardarla da molto vicino, stando sulla superficie stessa
vedremmo intorno a noi un continuo movimento di onde.
Analogamente si potrebbe dire per lo spazio vuoto.
Sulle grandi distanze che noi sperimentiamo nell'esperienza della
percezione sensoriale umana, vediamo lo spazio vuoto, ma se
potessimo vederlo a livello microscopico potremmo vedere
letteralmente le particelle subatomiche fluttuare energeticamente
entrando e uscendo dal nulla.
In questo contesto, quindi, secondo le teorie della meccanica
quantistica, lo spazio vuoto sarebbe in realtà una fluttuazione
energetica continua ed infinitesimale di particelle subatomiche che
interagiscono tra di loro.

LA DISUGUAGLIANZA DI BELL E IL PROBLEMA DEL LOCALISMO-REALISMO
Nell'ambito delle moderne teorie della fisica quantistica notevole
peso ha assunto il corpus di ipotesi elaborate da diversi studiosi
nell'intento di dimostrare che la scienza quantistica non fosse del
tutto in grado di fornire una rappresentazione realmente efficace o
completa della realtà oggettiva del mondo subatomico.
In particolare Einstein, Podolsky e Rosen (più oltre definiti EPR)
ipotizzarono, con un articolo pubblicato nel 1935, che la meccanica
quantistica fosse una teoria fisica incompleta.
Alla base delle loro ipotesi
vi è l'idea che i principi introdotti dalla meccanica quantistica
non tenessero conto dell'esistenza di una serie di variabili
nascoste, e non ancora individuate dalla scienza fisica, rispetto
alle quali la meccanica quantistica stessa operasse una sorta di
approssimazione probabilistica.
Secondo EPR una teoria più completa della realtà del mondo
subatomico esiste ed è fondata su principi che tengono conto di
tutti gli elementi fisici della realtà.
Esiste così qualche ignoto meccanismo che agisce su queste variabili
nascoste dando origine agli effetti osservati nelle variabili
quantistiche (il principio di indeterminazione).
Su questo punto notevole fu l'apporto teorico del "teorema di Bell"
secondo cui qualsiasi teoria locale, che assume che determinate
coppie di particelle correlate e separate, inviate verso rivelatori
lontani abbiano proprietà definite anche prima di essere sottoposte
a test, non può riprodurre esattamente la distribuzione di
probabilità prevista dalla meccanica quantistica quando si
considerano non solo misure opposte e simmetriche ma anche misure su
posizioni intermedie.
Le obiezioni apportate alla meccanica quantistica da Einstein e
altri suoi illustri colleghi si fondarono sulla piena certezza
riguardo alcuni principi ritenuti universalmente validi per la
fisica di cui i più importanti sono la completezza e il localismo o
realismo locale.
Secondo la fisica possiamo parlare di "Localismo" quando due oggetti
che si trovano a grande distanza l'uno dall'altro esistono
indipendentemente l'uno dall'altro, in modo tale che qualunque
operazione compiuta sull'uno non incide in modo sensibile sull'altro
modificandone le proprietà.
Le teorie della fisica classica antecedente alla fisica quantistica
non assumono mai come principio possibile il superamento del
localismo.
La meccanica quantistica invece prevede la possibilità di "superare"
il localismo, cioè prevede la possibilità che vi sia una sorta di
influenza a distanza tra le particelle.
Su questo punto il fisico danese Niels Bohr si esprimeva in tal
modo: "Tra due particelle [correlate] che si allontanano l'una
all'altra nello spazio, esiste una forma di azione-comunicazione
permanente. [...] Anche se due fotoni si trovassero su due diverse
galassie continuerebbero pur sempre a rimanere un unico ente...".
A ciò si aggiunge che in via sperimentale è stato verificato dagli
studiosi, attraverso esperimenti di misurazione di fotoni con
rivelatori di particelle, che i principi della meccanica quantistica
violano la disuguaglianza di Bell.
Da ciò si deduce che se la disuguaglianza di Bell non fosse violata
sperimentalmente allora ciò implicherebbe che la meccanica
quantistica non è incompleta (come dicevano Einstein, Podolsky e
Rosen) ma completamente errata. Ma se la meccanica quantistica è
corretta, allora non esistono variabili nascoste che possano
spiegare la realtà oggettiva in modo alternativo (come sostenevano
EPR).
La disuguaglianza di Bell e le sue applicazioni scientifiche hanno
messo in seria difficoltà la fisica classica e le teorie realiste.
Il risultato finale a cui sono giunti gli studiosi, anche se la
questione è lungi dal poter considerarsi chiusa, è che la meccanica
quantistica non può essere considerata come una teoria di "prima
approssimazione" perché se la disuguaglianza di Bell non fosse
violata sarebbe tutto l'impianto stesso della fisica quantistica a
cadere.
Questa importanti scoperte rappresentarono fin da subito un macigno
sulle certezze degli scienziati che come Einstein confidavano ancora
sulla fisica classica. Infatti uno degli assunti della fisica
classica rivoluzionata dalla teoria della relatività di Einstein è
che nessun oggetto o ente può muoversi o comunicare a velocità
superiore a quella della luce (300 mila km/s).
Gli esperimenti sulla disuguaglianza di Bell realizzati negli anni
scorsi (a partire dal 1965, dopo la morte di Einstein) hanno
dimostrato che l'azione-comunicazione tra particelle correlate era
istantanea.


Figura 9

Tuttavia Einstein e i suoi colleghi ipotizzarono che gli effetti di
interazione istantanea tra le particelle correlate potessero essere
considerati come un effetto apparente spiegabile con il paradosso
dell'esperimento ideale descritto nel loro articolo del '35, in cui
si mostrano gli effetti della misurazione di elettroni inviati da
una sorgente a due osservatori situati ai due estremi di un asse.


Figura 10

In questo sistema quantistico ideale, se consideriamo vere alcune
condizioni generali, che devono essere ragionevolmente vere per
qualunque teoria che descriva la realtà fisica senza contraddire la
relatività (quindi senza contraddire i principi di località,
realismo e completezza) si giunge ad un risultato contraddittorio.
Tuttavia gli stessi EPR ammettono che apparentemente la meccanica
quantistica non è intrinsecamente contraddittoria né risulta
contraddire la relatività.
Gli ulteriori sviluppi teorici e pratici conseguiti dalla scienza
dall'epoca in cui operarono EPR hanno spinto i fisici a ritenere che
le ipotesi di EPR rappresentino un tentativo ben congegnato (anche
se apparentemente contraddetto dai risultati sperimentali) per
spiegare che la meccanica quantistica si scontra con l'intuizione
classica la quale deriva dall'osservazione della realtà del mondo
macroscopico.
Questa spiegazione classica di EPR non dimostrerebbe tuttavia
l'incompletezza assoluta della fisica quantistica, la quale rimane
comunque per gli studiosi una teoria corretta, mentre il paradosso
dell'esperimento ideale di EPR che porterebbe a risultati
contraddittori per la fisica quantistica resterebbe confinato nel
campo delle ipotesi poiché le intuizioni classiche che riguardano il
mondo macroscopico non trovano applicazione a livello dei sistemi
atomici e subatomici, cioè non corrispondono alla realtà microfisica.
Nonostante si possa dire che gli studiosi si trovino lontano dalla
risoluzione definitiva del problema, lo sforzo teorico notevole di
Einstein e colleghi è servito quantomeno a fornire una comprensione
più profonda e significativa della meccanica quantistica e a
dimostrare la natura complessa e non di origine classica del
processo di misurazione delle particelle subatomiche.